In concorso alla 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Saint Omer è stata, per il 2022, l’unica opera firmata da un’esordiente ammessa alla competizione principale e poi risultata vincitrice del Leone d’argento – Gran premio della giuria.
La regista è Alice Diop, autrice di documentari che con questo film si approccia alla narrazione romanzata di una vicenda realmente accaduta. Ci troviamo a Saint-Omer, a un tiro di schioppo dal porto di Calais, dentro un tribunale che sta per processare Laurence Coly, una giovane immigrata di origine senegalese accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi, abbandonata all’arrivo dell’alta marea su una spiaggia nel nord della Francia e casualmente ritrovata a riva da un ristoratore locale. Ad assistere al processo c’è la madre dell’imputata, che osserva la figlia, la giuria e il giudice nella speranza che possano capire il significato del suo gesto disperato; al suo fianco si trova Rama, giovane scrittrice – anch’essa di origine senegalesi – impegnata a redigere un romanzo-reportage atto a offrire una sorta di rivisitazione della Medea in chiave contemporanea
L’artista performativa Kayije Kagame interpreta Rama, un personaggio ermetico e costruito intorno a sguardi fissi e profondi, collocati quasi sempre nella platea del tribunale e impegnati a osservare una vicenda per lei sempre più drammatica e difficile da comprendere. Il viaggio esistenziale trasmesso dal racconto alla sbarra di Laurence conduce la donna a una profonda riflessione sul significato della maternità tanto sul piano personale quanto su quello professionale, anche se l’eccessiva asciuttezza dell’impianto dialogico esterno all’aula di tribunale non aiuta lo spettatore ad entrare in empatia con i personaggi protagonisti di questa drammatica realtà. La parte più consistente della vicenda si sviluppa peraltro all’interno dell’aula stessa, con un’impostazione registica piuttosto statica e con lunghissime scene di interrogatori all’imputata, della quale nulla viene mostrato o rivelato al di fuori di ciò che lei stessa ci comunica con le sue parole. Se la cripticità e la scarsità di immagini vogliono forse essere metafora del mistero della maternità, il risultato dell’operazione cinematografica non è dei più felici: soprattutto perché le due ore piene di durata complessiva, portate avanti con un ritmo del genere, rischiano di far perdere allo spettatore il fil rouge del racconto.
Letizia Cilea
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