Tutto inizia una gelida notte di inizio anni 70. A Londra nevica di brutto, le strade sono in condizioni pessime, e solo un italiano con la passione dei motori – un meccanico e pilota promettente nelle serie minori, che sogna di sbarcare in Formula 1 – accetta uno scomodo compito nel suo secondo lavoro di autista di una società di spedizioni: consegnare uno stranissimo oggetto in una casa. Quell’uomo si chiama Emilio D’Alessandro e non sa che quella strana consegna sarà l’inizio di un’avventura durata trent’anni a contatto con uno degli uomini più geniali e misteriosi del cinema: Stanley Kubrick (mentre l’oggetto che il buon Emilio doveva consegnare passerà alla storia: il famosissimo “fallo” di Arancia meccanica…).

Lo spunto parte da un libro scritto da Filippo Ulivieri, cosceneggiatore del film. D’Alessandro era arrivato a Londra giovanissimo una decina di anni prima e si era sposato con Janette, una ragazza inglese. Voleva appunto diventare un pilota, e le doti le aveva. La vita lo portò a diventare, da quella notte, prima l’autista – Kubrick intuì subito che l’uomo che aveva accettato di guidare quella notte in quelle condizioni doveva essere parecchio bravo – e poi il segretario, l’uomo di fiducia, il factotum del regista, noto per la sua maniacalità e per i suoi segreti. Il film mostra la rapida conquista della sua fiducia da parte di Emilio che, semplice e umile ma anche scrupoloso e affidabilissimo, accetta prima di mettere da parte i propri sogni di gloria e poi ogni incarico e richiesta di quello strano datore di lavoro senza capire neanche bene chi ha di fronte (ne scoprirà la genialità solo dopo la sua morte). Intervistato dal regista Alex Infascelli D’Alessandro risponde con il suo italiano semplice che si alterna a un inglese ancora stentato nonostante i decenni in Gran Bretagna, mostrando tutto il suo candore nel rievocare il rapporto esclusivo cui si consegnò, con inevitabili problemi in famiglia (la moglie era insofferente all’invadenza telefonica del regista, che da parte sua aumentò la “pressione”) e un affetto crescente e imprevedibile verso un regista inaccessibile per il mondo intero che lo trattò sempre più da amico. I biglietti con le richieste meticolose e assillanti svelano l’anima duplice dell’autore di tanti capolavori: con l’ossessione del controllo (le indicazioni in caso di incendio della casa sul salvataggio degli animali sono esilaranti…) ma anche con una profonda generosità nei confronti di uno dei pochi di cui si fidasse ciecamente (quando il figlio di Emilio, anch’egli aspirante pilota, vide spezzata la gamba e la carriera da un orribile incidente si offrì di trovare il miglior specialista). Tanto che quando Emilio decide di tornare in Italia per stare vicino agli anziani genitori, fa di tutto per trattenerlo (alla fine di un preavviso di tre anni!).

Sono tante le chicche del documentario di Infascelli (le ferree regole di casa Kubrick, l’antipatia di Emilio per Jack Nicholson), premiato con il David di Donatello: un’opera davvero preziosa non solo per conoscere di più il misterioso Kubrick (quanti oggetti di scena o materiali privati ma utilissimi a entrare nel suo mondo), ma per raccontare la storia incredibile di un’amicizia apparentemente impossibile. Il distacco, il ritorno in Inghilterra, il cameo regalato dal regista all’amico in Eyes Wide Shut e il racconto della morte di Kubrick sono pagine di cinema e di vita indimenticabili: la voce incrinata del semplice collaboratore vissuto all’ombra del genio regala emozioni profonde.

Antonio Autieri