Premessa, davvero obbligatoria in questo caso: per apprezzarlo al meglio non bisognerebbe sapere nulla di questo piccolo, grande film, vera sorpresa dell’annata cinematografica. Un’opera a basso budget, di produzione canadese e irlandese con un bambino esordiente (l’incredibile Jacob Tremblay) e altri attori poco noti a Hollywood (a parte i “non protagonisti” William H. Macy e Joan Allen, che comunque non sono certo delle star), capace di vincere a sorpresa il premio del pubblico al prestigioso Festival di Toronto – tra i più importanti del mondo – e poi di partecipare tra i favoriti ai principali riconoscimenti cinematografici negli Stati Uniti e nel mondo, fino ai Golden Globes e agli Oscar dove, come miglior attrice, la protagonista Brie Larson ha sbaragliato colleghe ben più famose. A chi scrive, e che spesso per mestiere è costretto ad arrivare fin troppo “preparato” ai film, per una volta è capitato di sapere poco della storia. L’effetto ne è stato moltiplicato. Per cui un consiglio: fermatevi qui, fidatevi del nostro spassionato consiglio – se c’è un imperdibile, all’inizio del 2016, è Room – e tornate a leggere queste righe a visione avvenuta. Soprattutto, evitate se possibile di vedere il trailer che svela troppe cose.
Il film inizia in modo enigmatico. Vediamo un bambino, con i capelli così lunghi che sembra una bambina, e sua madre. Da soli, dentro una piccola e squallida stanza senza finestre (c’è solo un lucernario, che si apre al cielo), con pochi oggetti. Il bambino, Jack, compie 5 anni ma da come si esprime e dagli atteggiamenti sembra più piccolo. Solo loro due, tutto il giorno, senza mai uscire: si vogliono un gran bene, eppure c’è qualcosa di anomalo nella loro vita. Di notte, poi, arriva in genere un’altra persona, ma Jack non la vede mai perché la mamma lo chiude a dormire in un armadio… Chi è quell’uomo che entra nel letto della mamma, che dà ordini, che non vuole che loro due escano? Perché quella stanza è e deve rimanere il loro mondo: Jack non ha mai visto e non deve vedere altro in vita sua. E se di giorno volessero andarsene, Jack e Mamma, glielo impedisce una pesante porta blindata e un codice segreto che conosce solo quell’uomo. Peraltro, in quella stanza, Jack ci sta bene: per lui Stanza, Armadio, Lavandino sono i suoi amici. Ma la mamma per lui ha in mente qualcosa di diverso.
Room, diretto da Lenny Abrahamson (autore dell’inquietante e intrigante Frank, in cui Micheal Fassbender era un cantante paranoico che viveva con una grossa maschera di cartapesta perennemente in testa, a nascondere il suo viso a tutti), è un film diviso in due, con una prima parte cupa e angosciante da vero thriller, in cui si dipana un po’ alla volta il terribile mistero che confina Jack e sua madre in un prefabbricato inaccessibile al mondo esterno. Tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue (che firma il film come sceneggiatrice e produttrice) a sua volta ispirato da un fatto di cronaca, il film a un certo punto prende una direzione diversa, e diventa per Jack l’avventura di un’esistenza che si apre alla scoperta delle cose e del mondo – a partire dall’incredibile, palpitante scena del furgone che toglie il respiro – in cui tutto è nuovo e da imparare. Ma il dolore non è detto che scompaia, anzi: per la madre, infatti, la sfida è invece accettare che, dopo tutto quel male, si possa ancora essere felici.
Una storia straordinaria, intensissima, che entra nel cuore grazie anche ai due citati protagonisti: il piccolo Jacob Tremblay, che interpreta Jack in modo sorprendente, e l’attrice rivelazione Brie Larson, credibile nel ruolo di una madre che fa di tutto per proteggere suo figlio dal male costruendogli un mondo minuscolo ma a sua misura; e, quando può, di escogitare una via di fuga dall’inferno. Ma che poi deve anche decidere di accettare l’aiuto altrui, per accettare se stessa.

Antonio Autieri