Premio a sorpresa, a conclusione della 14ma edizione della Festa del Cinema di Roma (che si è svolta dal 17 al 27 ottobre): a vincere il Premio del Pubblico BNL è stato il documentario Santa subito di Alessandro Piva; un riconoscimento assegnato dagli spettatori che hanno espresso il proprio voto sui film in programma nella Selezione Ufficiale. E se si pensa ai grandi film che hanno partecipato alla manifestazione diretta da Antonio Monda – tra i primi che vengono in mente, The Irishman di Martin Scorsese e il biopic Judy con Renèe Zellweger – si rimane impressionati. Che abbia vinto un piccolo film (anche come durata: meno di un’ora) su una ragazza sconosciuta del cui delitto si era persa la memoria apre qualche domanda. Cosa ha colpito il pubblico della Festa? Santa Scorese era una ragazza umile nata a Bari, di famiglia normale (padre poliziotto, madre casalinga), dalla grande fede cristiana, che prima ancora dei vent’anni decise di assecondare la sua vocazione religiosa e di diventare missionaria; solo in parte frenata dai genitori, che le chiesero prima di studiare e laurearsi (frequentava la Facoltà di Pedagogia al’Università a Bari). E la cui esistenza fu stroncata da uno psicopatico, che dopo tre anni di lettere, appostamenti, tentativi di approcci (e crescenti paure di Santa e della sua famiglia), con denunce senza seguito, le portò via la vita il 15 marzo del 1991 pugnalandola davanti a casa sua.

Del film ha già scritto, nell’ultima corrispondenza dalla Festa, la nostra Emanuela Genovese. Ma sentiamo il regista Alessandro Piva (che si rivelò a fine anni 90 con il suo esordio LaCapaGira, vincitore del David di Donatello, cui seguirono altri film interessanti ma meno fortunati): «Sono venuto a conoscenza della vicenda di Santa Scorese – ha raccontato il regista – nel corso di un evento pubblico al quale era intervenuta Rosa Maria, sua sorella, della quale mi aveva colpito soprattutto la riflessione conclusiva: Santa non è stata l’unica vittima di quella tragedia. In un’ammirevole presa d’atto, Rosa Maria notava come il persecutore di sua sorella poteva essere messo per tempo in condizione di non nuocere agli altri e a sé stesso. Le istituzioni dell’epoca si fecero però trovare impreparate ad affrontare temi quali la violenza di genere e lo stalking, lasciando di fatto spazio a un finale già scritto. Ho deciso così di raccontare questa storia attraverso le voci di amici e parenti di Santa, chiedendo loro di parlarne come fosse ancora in vita, tornando agli anni in cui progettava il suo futuro». E in effetti del film colpisce il ritratto, positivo e sorridente, di parenti e amici nel raccontare la vita gioiosa di Santa.

«Il racconto – ha proseguito Piva – vira di tono nel momento in cui irrompe la figura del persecutore e il racconto dei protagonisti si fa dolente e partecipe. Questa storia è dedicata proprio a chi rimane solo con il suo dolore, dopo lo sgomento di un lutto subitaneo e assurdo. Tra femminicidio e martirio, Santa subito racconta la storia di un destino annunciato. Paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore».

Ma la cosa sorprendente è stato il grande consenso del pubblico romano, prima con lunghi applausi dopo la proiezione ufficiale e poi con il premio assegnato appunto dagli spettatori (un po’ come avviene al grande Toronto Film Festival). Così lo ha accolto lo stesso Piva: «Questo Premio di cui sono felicissimo, dopo la standing ovation e la commozione alla proiezione ufficiale, lo leggo come un segnale di grande maturità da parte di un pubblico consapevole che si mette in discussione, che opta non per un film di intrattenimento ma che sceglie i temi importanti di casa nostra. Ci dimostra che la storia di Santa, pur essendo una storia vecchia di 30 anni, è ancora una vicenda purtroppo molto attuale. Un Premio che va certamente alla famiglia di Santa, spina dorsale del documentario che sta portando avanti la memoria di Santa e di questa vicenda, una tragedia che si sarebbe potuta evitare». 

E però, appunto, del film non è solo la tragedia, il dolore, lo sdegno per una persecuzione a una ragazza indifesa (tragedie che avvengono purtroppo ancora oggi, ma all’epoca c’erano molti meno strumenti giuridici: il reato di stalkeraggio non esisteva ancora). Rimane impressa questa ragazza semplice e la sua grande fede, che emerge dalle lettere (“recitate” con intensità da una giovane attrice) piene di passione bruciante per Gesù e per Maria che fanno davvero pensare a una Santa contemporanea; non a caso, è stato aperto il processo di beatificazione. Un film piccolo (uno dei dieci titoli prodotti attraverso il “Social Film Fund con il Sud”, progetto promosso da Apulia Film Commission e Fondazione con il Sud), senza troppi orpelli cinematografici; che forse troverà una miglior destinazione in televisione rispetto al cinema (non ha ancora una distribuzione, e il taglio da mediometraggio non aiuta), ma che può avere il merito –glielo auguriamo – di far conoscere a tante persone una storia, e una Santa, finora sconosciuta.

Antonio Autieri