Dopo la prima al Festival di Cannes, passaggio anche alla Festa del Cinema di Roma (che si conclude domenica 27 ottobre) per il film di animazione italiano La famosa invasione degli orsi in Sicilia, con regia e direzione artistica dell’illustratore Lorenzo Mattotti, che porta sul grande schermo la favola moderna di Dino Buzzati del 1945. Leonzio, Re degli orsi che vivono sulle montagne, guida il suo popolo verso il mondo degli uomini, nella speranza di ritrovare Tonio, il figlio scomparso. Grazie ai valorosi compagni e all’aiuto di un mago, Leonzio riesce ad affrontare il malvagio Granduca e a riabbracciare Tonio. Ma, dopo tante peripezie, gli orsi devono ancora fare i conti con le lusinghe del potere e dei vizi che la vita umana offre. A raccontare la storia sono due cantastorie, Gideone e Almerina: un padre e una figlia che viaggiano di città in città finché non si trovano a dover intrattenere, durante una sosta notturna in una caverna, un orso anziano e misterioso…

La tecnica di animazione è un omaggio all’opera di Buzzati: la Sicilia del film viene rappresentata come surreale e fuori dal tempo, proprio come nelle illustrazioni dell’autore: montagne, caverne e boschi di conifere sono tante cattedrali naturali, asciutte ed essenziali. Ciò nonostante, un legame con il territorio è ben presente nei costumi, nelle musiche – a cura del compositore francese René Aubry, ma con numerose tarantelle – e specialmente nella parlata siciliana: se Toni Servillo presta la voce al Re degli orsi, ritroviamo invece Andrea Camilleri (lo scrittore scomparso tre mesi fa) nella parte dell’orso misterioso che ascolta e completa la fiaba dei viandanti. Nonostante l’omaggio a questi grandi autori, il rischio della fiaba è di essere talmente fuori dal tempo da avere poca presa, da un punto di vista narrativo e visivo, al fuori di un pubblico colto e maturo. (Roberta Breda)

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Una bella commedia dolceamara, Le meilleur reste a venir, prossimamente distribuita da Lucky Red, diverte e commuove il pubblico della Festa del Cinema. Arthur e César sono amici da una vita, ma non potrebbero essere più diversi: tanto Arthur è sofisticato e trattenuto, quanto César è scapestrato ed eterno fanciullo. Dopo aver coperto l’amico con la propria assicurazione sanitaria, Arthur viene informato che César ha un tumore incurabile. Spetta ad Arthur allora dare la notizia all’amico: ma le incomprensioni insorgono a fare sì che César si convinca, invece, che il malato in questione sia proprio Arthur… Il tempo che trascorrono insieme, allora, si trasforma nel tentativo reciproco di aiutare l’altro a vivere al meglio i momenti che restano e ad abbracciare, infine, la realtà dei fatti.

Funziona bene la coppia formata da Fabrice Luchini (tra i suoi tanti film, Moliére in bicicletta) e Patrick Bruel (che si fece apprezzare soprattutto in Cena tra amici), supportata dalla regia di Delaportede La Pantellière e da una buona scrittura, con dialoghi frizzanti e credibili. Si potrebbe temere che, data la premessa, la storia si trasformi in un’incomprensione pretestuosa; al contrario, invece, il film funziona senza perdere forza, dal momento che ciascuno dei due protagonisti cerca sempre di fare il bene dell’altro e di alleggerire il peso sulle spalle dell’amico. Fin da subito, anzi, c’è un tentativo di dire la verità, ma che deve costantemente infrangersi contro sfide impreviste. La storia di amicizia tra i protagonisti, ai quali si vuol bene dal principio, è autentica e accogliente, riuscendo a celebrare la vita e la possibilità di aiutarsi a crescere pur trattando un argomento delicato come la malattia terminale. (Roberta Breda)

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Per i fan del Boss ma non solo per loro Western Stars – che dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma sarà nelle sale italiane solo il 2 e 3 dicembre – è un appuntamento da non perdere. «Una meditazione in 13 canzoni», così la presenta lo stesso Bruce Springsteen (che del documentario è coregista e produttore insieme a Thom Zimny) al pubblico che poi accompagna in un viaggio nel suo animo e nel suo passato.

La tensione tra l’individualismo e il senso di comunità, la ricerca dell’amore e il peccato di buttarlo via per egoismo e codardia, il miracolo di un dono (che Springsteen chiama divino) che cresce nel rapporto con gli altri. Sono le tappe di un viaggio che parte dal fienile nella proprietà del cantante (dove è stato allestito un concerto dal vivo per i suoi amici) e ci porta sulle strade dell’America, tra immagini poetiche e immagini d’archivio che ci presentano pezzi del suo passato e del passato della sua “gente”.

Le storie dei personaggi che Springsteen immagina alle prese con le sfide della vita (uno stuntman e  una star del western al tramonto, curiosamente i due personaggi dell’ultimo film di Tarantino, ma anche un uomo che cerca di curare un cuore spezzato e molti altri) sono le voci che il Boss ci fa sentire alternandole alle sue riflessioni sulla vita. Senza pretendere di predicare, ma come condividendo un pezzo di strada. Un evento pieno di commozione e verità che ha incantato gli spettatori. (Luisa Cotta Ramosino)

 

Le precedenti  puntate del nostro diario dalla Festa del Cinema di Roma:

https://www.sentieridelcinema.it/storie-vere-si-fanno-apprezzare/

https://www.sentieridelcinema.it/scorsese-un-evento-lascia-segno/

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