Micheal J. Fox che va a scuola in skateboard facendosi trainare dalle automobili è una delle tante scene-cult che Ritorno al futuro ha consegnato alla storia del cinema. Che non è fatta solo di kolossal o film d’autore, ma di tante pellicole che, per la capacità di “fotografare” un’epoca e, al contempo, di suscitare l’apprezzamento di più generazioni, rimangono indimenticabili. La storia è quella del giovane Marty McFly, teen ager della provincia americana degli anni 80, che si trova catapultato nel 1955, grazie ad automobile (una De Lorean per la precisione) trasformata dall’amico scienziato Doc in macchina del tempo. Tra paradossi e disagi, farà la conoscenza di quelli che diventeranno i suoi futuri genitori, interferendo con il loro primo incontro e mettendo così a repentaglio la sua stessa esistenza. Marty dovrà affrontare così una doppia missione: far scattare la scintilla tra Lorraine e George al ballo scolastico e tornare al 1985, sfruttando, grazie al Doc “del passato”, la potenza di un fulmine che proprio quella notte si sarebbe abbattuto, distruggendolo, sull’orologio del municipio cittadino. A fare da ostacolo, tutta una serie di imprevisti derivati dall’evidente disagio di trovarsi catapultato in un passato, se pur recente, dove la realtà è assai diversa da quella cui è abituato, dove se chiedi una “Pepsi senza” (zucchero) pensano che tu non voglia pagare e ti ridono dietro se dici che Ronald Reagan, allora un semplice attore, sarà presidente degli Stati Uniti. Come se non bastasse, Lorraine si invaghisce del suo “futuro” figlio (elemento che portò la Disney, cui Robert Zemeckis sottopose il soggetto, a rifiutare di produrre la pellicola), mentre il padre è solo un nerd sottomesso dal bullo della scuola. L’intervento di Marty farà prendere fiducia al padre, sottolineando la necessità di credere in se stessi e nel proprio talento, in perfetto “american style”. Commedia, azione e fantascienza miscelate insieme danno origine ad uno dei film simbolo degli anni 80, una testimonianza della cultura dell’America di quel periodo (musica, abbigliamento, accessori: c’è tutto un mondo ormai dimenticato a fare da corollario al film) e di un certo modo di fare cinema, forse ingenuo ma curato in tutti gli aspetti (dalla scelta degli attori, tutti azzeccati, all’entusiasmante partitura musicale di Alan Silvestri passando per l’effervescente sceneggiatura) e mai volgare. A differenza di tanti film giovanili odierni che rincorrono l’eccesso (narrativo, visivo, concettuale) ad ogni costo.,Pietro Sincich,