Diretto da Kevin Reynolds, buon artigiano con senso dello spettacolo (sono suoi il Robin Hood con Costner e anche il famigerato Waterworld e i più recenti Il conte di Montecristo e Tristano e Isotta) Risorto è, più che un film sulla fede, un “sandalone” – come venivano chiamati le pellicole anni 50 e 60 sull’antica Roma, definiti anche “peplum” – peraltro girato in economia e con un cast non irresistibile. A partire proprio da Joseph Fiennes, uno che ha la stessa espressione sia quando deve sedurre la Paltrow nei panni di Shakespeare o quando deve contemplare Cristo cadavere o pescare con gli apostoli. Insomma, non è il massimo lui e non è il massimo un film che romanza la vicenda della morte e resurrezione di Cristo senza troppe cadute; a parte un certo sentimentalismo diffuso e una banalizzazione terribilmente kitsch nella presentazione del personaggio di Bartolomeo, un bel ricciolino biondo dagli occhi azzurri e terribilmente beota….

Reynolds, che sceneggia anche assieme a Paul Aiello, utilizza l’escamotage narrativo già visto ne L’inchiesta di Damiano Damiani (tanto che il produttore italiano di quel film ha ipotizzato un plagio): mostrare il fatto di Cristo attraverso un punto di vista interno, quello di un tribuno romano interpretato da Fiennes, incaricato da Pilato di seguire da vicino la morte e la sepoltura del cosiddetto Messia, proprio per non rischiare nuovi disordini con gli Ebrei.

Il film si distanzia notevolmente dai grandi film religiosi recenti e passati: non ha la capacità di raccontare il Mistero come si coglieva nello splendido Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, né possiede la forza selvaggia del film La passione di Cristo di Mel Gibson né riesce a regalare alcuni momenti di tenerezza umana come capitava nell’interessante Nativity. E anche rispetto al film di Damiani, che era strutturato come un vero e proprio giallo, Risorto appare meno coeso e più zoppicante sul piano narrativo. Vero è che non manca qualche piccolo spunto interessante come nel breve dialogo in cui Simon Pietro ricorda al tribuno, che evidentemente non riesce a capire cosa sia successo, che Cristo è un fatto, è risorto con la carne e con il proprio corpo. Il resto è poca cosa, a partire proprio da Gesù, interpretato da Cliff Curtis, che parla come un libro stampato risultando poco più che un santino; ma pare una figura di carta, con poco carisma e meno fascino. Si dice poco del suo rapporto con i suoi discepoli, peraltro molto sfumati, e nulla del suo legame con la madre, colpevolmente lasciata fuori dalla storia. Non si capisce insomma dove stava l’eccezionalità della sua figura, qui ridotta a semplice dispensatore di buoni consigli.

Un po’ poco, insomma. Certo, la risurrezione che dovrebbe essere il cuore del film conta eccome agli occhi del tribuno e anche dei suoi discepoli. Ma il film, anche per scelte narrative o visive infelici (l’assunzione in cielo di Cristo è pacchiana assai) e per un tono sin troppo didascalico, rievoca una storia senza entrare nel merito né dal punto di vista religioso e nemmeno sottolineando troppo il fatto storico: approfondire la psicologia del protagonista, rendendo così più vera la sua conversione, non sarebbe stata una cattiva idea. È un difetto comune a tanti film religiosi sulla carta ma senza ispirazione e che riconosciamo anche nel film di Reynolds, che ha un solo merito: quello di raccontare senza volere interpretare troppo, certo appiattendo ma senza uscire fortunatamente dal seminato.

Simone Fortunato