Oggi è un giorno di pianto, per me più che per il cinema: la morte di Wes Craven, avvenuta a 76 anni, dopo una lunga malattia, mi obbliga a tornare indietro con la mente a tanti anni fa e a rovistare tra film allora nuovi e ora diventati vecchi, forse datati ma mai dimenticati. Ecco, Craven per chi scrive, è stato uno di quegli autori di cinema che abbiamo incontrato casualmente in tv, in una di quelle serate trasgressive (!) in cui un ragazzino delle medie faceva i conti con il suo primo horror cruento visto praticamente a occhi chiusi: la classica impresa da raccontare ai compagni il giorno dopo a scuola. Nightmare – Dal profondo della notte (il primo – I Bellissimi di Rete 4): una paura fottuta e un sacco di incubi. Altro che racconti eroici a scuola. Fu il primo horror per me, una sorta di iniziazione cruenta (ma nemmeno troppo: il film era tagliuzzato, anche se l’avrei scoperto più tardi). In ogni caso: Freddy Krueger che non moriva mai perché non poteva essere ucciso, tutti questi ragazzini, così almeno mi sembravano allora, terrorizzati: roba da non dormirci. Anni dopo, ancor prima di farlo diventare un lavoro, presi una sbandata per quel genere così bistrattato che è l’horror. Filmacci per la più parte, alcune cose anche disgustose sul piano morale e visivo prendevano la luce sul grande schermo accanto però a veri capolavori. Mi feci un’idea sull’horror e sulla sua supremazia rispetto ad altri generi: che per fare un horror coi fiocchi ci vuole un talento visivo indiscutibile e una grande capacità di regia e di messa in scena perché rispetto a un musical o una commedia sentimentale non hai tanti altri elementi su cui contare. Il cast in un horror, fatta eccezione per Shining e poco altro, è composto da gente anonima che non brilla per l’interpretazione e anche il comparto tecnico spesso non è di primo livello. Insomma, bisogna saperci fare per spaventare sempre che un horror voglia spaventare e basta. Craven era uno che non spaventava e basta ma usava la paura per parlare di altro: Nightmare (occhio che non tutti i seguiti sono suoi) era una rilettura oscura dell’ottimismo sognante degli anni 80. I sogni diventavano incubi e venivano ben sintetizzati da Krueger l’assassino che in forma di sogno entra nelle stanze degli adolescenti (ne fa le spese anche un giovanissimo Johnny Depp). Grande successo degli anni 80, tanti sequel e, poi negli anni 90, una bella trilogia, Scream, diventata nel tempo, vero e proprio manuale cinematografico della tensione saccheggiato da più parti. Una filmografia fatta di alti (tante cose degli anni 70, da L’ultima casa a sinistra a Le colline hanno gli occhi) e bassi (la produzione recente, eccezion fatta per il discreto Red Eye) non fanno di lui forse il più grande maestro del cinema di genere, ma un uomo di talento che ha saputo raccontare almeno due decenni di storia americana attraverso il filtro dell’oscurità e fatto appassionare tante generazioni di ex ragazzi diventati grandi e smaliziati. Uno in particolare, alle prese a distanza di anni con un necrologio che non sa come terminare con il cuore a diviso e metà tra la nostalgia di tempi andati e l’amarezza per la morte di un professionista che col tempo ci è diventato tanto famigliare da chiamare quasi amico.

Simone Fortunato