Tomas Milian (L’Avana, 3 marzo 1933 – Miami, 22 marzo 2017), l’attore cubano ma romano “ad honorem”, se n’è andato. Ricordare la lunga e varia attività dell’attore non è facile, ancor meno facile dipingere un degno ritratto dell’uomo. Un personaggio tormentato, così traspariva da molte sue dichiarazioni soprattutto degli ultimi anni: che amarezza vederlo innervosirsi quasi alle lacrime, durante una delle sue più recenti interviste, a causa di uno studio televisivo evidentemente troppo stretto per contenere la sua personalità inquieta. Nel nostro piccolo cercheremo di rendere omaggio a Tomas Milian, senza necessariamente ripercorrere passo per passo una vita che in queste ore sta occupando giornali e spazi televisivi.

È sufficiente ritornare alla fine degli anni Cinquanta, ovvero quando, un po’ per caso, iniziò la storia d’amore tra Milian e il nostro paese. Il cubano Tomas proveniva dall’Actors Studio, e i suoi primi ruoli in Italia furono con registi “impegnati” quali Mauro Bolognini, Alberto Lattuada e Luchino Visconti (comparve anche in un film di Pier Paolo Pasolini). Poi, agli albori del decennio successivo, il desiderio di cambiamento (e forse un fiuto per il guadagno?) lo portò a orientarsi verso pellicole più commerciali, di puro intrattenimento, che incontravano più facilmente il favore del pubblico popolare.

Altri tempi, in cui le sale dei cinema erano strapiene e al botteghino si registravano numeri da capogiro: sull’onda dell’entusiasmo globale riscosso dalla “commedia all’italiana”, si inaugurava ora la lunga stagione del cinema di genere. Tomas Milian cavalcò quel periodo, e lo fece letteralmente: prima in groppa a un ronzino, per parti “esotiche” in alcuni titoli del fortunatissimo filone degli spaghetti western – film come Faccia a faccia, lo sconvolgente Se sei vivo spara, La resa dei conti, I quattro dell’apocalisse – e poi, soprattutto, in sella a una motocicletta, quale uno dei volti principali del genere poliziottesco. Nel mezzo, non dimentichiamo il suo ruolo centrale nel capolavoro di Lucio Fulci Non si sevizia un paperino, una pietra miliare del genere giallo. Nel poliziottesco, interpretò poi alcuni “giustizieri solitari” in film come Squadra volante e Il giustiziere sfida la città. Per il successo in questo filone, fu in particolare fondamentale il sodalizio artistico con il regista Umberto Lenzi, che gli affidò alcuni tra i suoi ruoli più significativi. Indimenticabile il Giulio Sacchi protagonista di Milano odia, la polizia non può sparare, uno degli assassini più feroci e spietati del genere, che Milian interpretò col carisma dell’antieroe.

Ugualmente, nel contesto delle azioni criminose che animano Roma a mano armata, emerge e rimane impresso il personaggio del “Gobbo”, criminale sanguinario per cui tuttavia si è portati a simpatizzare: questo anche grazie alla bravura di Milian, che ne seppe mettere in luce le diverse sfaccettature, non ultimo un male di vivere rappresentativo di un’intera classe sociale. Il Gobbo piacque talmente alle platee che più avanti venne riproposto come protagonista nel poliziesco comico La banda del gobbo.

È proprio nella deriva comica del poliziesco che, si sa, Milian trovò poi la sua vera fortuna. In particolare con il personaggio del ladro “Er Monnezza” e con quello dell’ispettore sui generis Nico Giraldi detto “Er pirata” (il primo comparso la prima volta in Il trucido e lo sbirro, il secondo in Squadra antiscippo). Anche grazie all’iconico doppiaggio di Ferruccio Amendola (doppiaggio che tuttavia non era totalmente apprezzato dall’attore cubano, tanto sovrastava la sua recitazione), con questi personaggi Milian conquistò definitivamente il cuore dei suoi fan italiani. Con questi film ebbe infatti l’occasione di sfruttare a 360 gradi il suo talento comico, già in parte emerso in lavori precedenti, e ora abbinato a personaggi outsider che si facevano beffe delle regole sociali. Da allora faticò a levarsi di dosso quelle maschere, e forse anche per questo a un certo punto lasciò l’Italia, dedicandosi successivamente ad altri progetti oltreoceano anche se quasi sempre in ruoli minori. Tra questi però spiccano, tra la fine degli anni 90 e l’inizio del decennio successivo, Amistad di Steven Spielberg, The Yards di James Gray, Lost City di Andy Garcia ma soprattutto Traffic di Steven Soderberg, in cui era il duro e corrotto generale Salazar.

Di recente ha affermato tuttavia che il Monnezza era il personaggio che amava di più, e addirittura nel 2013 ha scritto un’autobiografia che ha intitolato “Monnezza amore mio”. Nel 2014, Tomas Milian ha ricevuto il Marc’Aurelio alla carriera durante il Festival del film di Roma, un riconoscimento che lo ha portato a commuoversi.

Se oggi volessimo trovare un denominatore comune per i suoi ruoli più importanti, si potrebbe parlare di una vocazione a muoversi fuori da schemi precostituiti: con i suoi personaggi, Milian ha infatti sempre incarnato un certo spirito ribelle, declinato talora in una violenza cieca e rabbiosa (il Chaco di I quattro dell’apocalisse), altre volte tradotto in un approccio alla vita naif e incurante del giudizio altrui (Er Monnezza). Quello spirito ribelle e indomito che tanti spettatori e forse Milian stesso avrebbero desiderato avere nel rapportarsi con la vita di tutti i giorni.

Ricordare Tomas Milian è necessario. Dimenticarlo significherebbe infatti non solo dimenticare un grande attore, ma anche un pezzo importante della storia del cinema italiano: un tempo, quello del cinema di genere, tutt’ora discusso e criticato, ma che continua a influenzare i cineasti e che di certo ha lasciato il segno nei cuori di tanti. Tomas Milian è stato protagonista di diversi titoli cult che ha saputo arricchire con la sua genuinità e uno stile unico non sufficientemente riconosciuti, e oggi di quel periodo è indiscutibilmente un’icona. Per questo ci mancherà moltissimo.

Maria Triberti

Una breve carrellata di interpretazioni dell’attore cubano, con una sua recente intervista:

Una lunga partecipazione, negli anni 80, in un programma di Pippo Baudo in cui Tomas Milian parlava della sua carriera, del suo amore per l’Italia e per Roma, della sua timidezza, delle sue vicissitudini personali: