In Red Zone – 22 miglia di fuoco siamo in Indonesia. L’agente della Cia James Silva e la sua squadra hanno una missione rischiosissima: scortare fino all’aeroporto Li Noor, un informatore che conosce il codice segreto per identificare il luogo in cui si trova del pericoloso cesio radioattivo. Lungo il percorso Silva e i suoi dovranno difendersi dall’attacco di forze paramilitari che non vogliono lasciar partire Noor…

Red Zone – 22 miglia di fuoco vede di nuovo comporsi la coppia formata dal regista Peter Berg e dall’attore Mark Whalberg (qui nei panni di James Silvia), arrivati alla quarta collaborazione dopo Lone Survivor, Deepwater – Inferno sull’Oceano e Boston – Caccia all’uomo. Come da tradizione dei film di Berg, anche Red Zone è un action adrenalinico che questa volta si muove nei terreni oscuri e ambigui della Cia e delle sue squadre che agiscono spesso e volentieri ai limiti, se non fuori, dalla legalità. Al film non manca il ritmo ma il susseguirsi di combattimenti, sparatorie, uccisioni varie (anche violente e sanguinolente), droni volanti, alla fine stanca anche perché i protagonisti si trovano in situazioni inverosimili.

Tutto è vorticoso e il contesto politico in cui si inserisce la missione – ci sono i russi che vogliono ostacolare la missione – si inserisce nell’ambito della nuova stagione di tensione tra Washington e Mosca riesplosa negli ultimi anni. Non si prova empatia con i personaggi che vengono poco approfonditi (ad esempio, James e i suoi problemi legati a un difficile controllo della rabbia) e anche una figura come John Malkovich – che impersona il Vescovo, ovvero il caposquadra – è un po’ sprecata. C’è un bel colpo di scena finale che apre a un sequel, ma è un po’ troppo poco al termine di 94 minuti a tutta velocità.

Aldo Artosin

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