Pensato e realizzato come un grande omaggio a un mondo che non esiste più, quello dei videogiochi classici che anziché essere giocati online nel chiuso di una camera o di un salotto ancora si basavano sulla dimensione collettiva delle Arcades (le grandi sale americane sfondo di tanti film degli anni Ottanta), Pixels è anche un richiamo affettuosamente ironico a quella decade di cui abbondano le citazioni, dai programmi tv alla politica, dal cinema al vestiario e alle pettinature improbabili. Facendo gli sberleffi ai blockbuster “seri” alla Independence Day, ma tenendosi lontano anche dalla satira politica di Mars Attack! di Tim Burton, Pixels resta soprattutto questo: un’operazione nostalgia, forse un po’ troppo programmatica ma efficace, che farà felici soprattutto coloro che sui videogiochi hanno speso l’adolescenza. Alla regia Chris Columbus, quello dei primi Harry Potter ma pure di Mamma ho perso l’aereo, ma a farla da padrone è soprattutto un terzetto di comici come Adam Sandler, Kevin James e Josh Gad, affiancato da ospiti televisivi di lusso (a partire da Peter Dinklage, star di Game of Thrones, nei panni del campione disonesto Fire Blaster).
La trama è elementare, con un gruppo variegato di “perdenti” (c’è chi installa televisori a decine di pollici, chi è finito in galera e chi spende il tempo tra teorie del complotto e un’imbarazzante cotta adolescenziale per una principessa fatta di pixel) che trova la sua rivincita con il più assurdo e il meno eroico dei passatempi. Pixels sembra non prendere sul serio nulla, nemmeno i propri buchi di trama, e procede allegramente tra ultimatum alieni trasmessi attraverso i personaggi delle sitcom, generali che non vedono l’ora di sganciare bombe, donne ufficiali fascinose che piangono nei guardaroba per i mariti che le lasciano e un Presidente degli Stati Uniti in crisi di popolarità che si fa beccare ai corsi di pasticceria con la moglie e poi decide di salvare il mondo mascherato da Chewbecca.
Qua e là non mancano alcune notazioni semiserie sull’evoluzione dei costumi, con videogiochi sempre più sofisticati e violenti contrapposti a quelli classici e più innocenti), e l’odierna mania del selfie a tutti i costi (anche di fronte a un’invasione galattica) contrapposta a una dimensione ludica d’altri tempi, ancora collettiva e sociale. Il resto della trama è quanto di più prevedibile e collaudato si possa immaginare; e di sicuro non è nei pochi colpi di scena che va cercato il divertimento quanto nei riferimenti più o meno facili da individuare (c’è pure un affettuoso omaggio al creatore giapponese di Pacman) e nelle innumerevoli strizzate d’occhio ai miti di un’epoca che non c’è più. Forse un pochino imbarazzante in certe sue incarnazioni, ma inevitabilmente ammantata del fascino dell’età dell’oro, fosse pure quella dei pixel.

Laura Cotta Ramosino