Interessante per il tema, meno per la fattura, Ragazzi miei, tratto dalle memorie autobiografiche del giornalista Simon Carr, è un melodramma con al centro la difficoltà di un uomo di tirar grandi da solo i figli. La vicenda, a cui dà corpo un intenso Clive Owen alle prese con un ruolo non dei più semplici, ha momenti di verità e di sano, doloroso realismo: la malattia e la morte della moglie; il rapporto faticoso del protagonista con una suocera troppo invadente; la relazione con i due figli, oltretutto nati dalla relazione con due donne diverse e, non ultimo, il rapporto con la casa e i soldi. Hicks, che non ha mai brillato per asciuttezza e sobrietà, anche nel suo film migliore, Shine, ha il difetto di calcare troppo sul sentimento e, a tratti, sulla lacrima facile: lo aiutano in questo una colonna sonora d’atmosfera e la ricerca del paesaggio struggente a tutti i costi. È una regia debole, non aiutata da una sceneggiatura che procede a strappi, che lascia qualche personaggio per strada e che cerca le strade più comode per commuovere quando invece la storia davvero poteva dire qualcosa da un punto di vista educativo. Qualcosa c’è a dire il vero: il metodo educativo, un po’ improvvisato dal padre, ha del buono: poche regole, tanta compagnia. Ma è un metodo che non regge alla prova del tempo e del dolore, anche perché tutto centrato attorno a un sentimento delle cose che per definizione non può durare. E infatti non dura, trasformandosi questa mancanza di regole in pura anarchia. D’altro canto colpisce la posizione del padre: non integerrimo, con un passato di dolore alle spalle, catapultato da un giorno all’altro in un tunnel oscuro fatto di solitudine e rimpianti, Simon non molla, resiste alle intemperie, stretto ai figli che prova a crescere per come riesce. E, scoprendosi inadeguato, comincia, con discrezione, a chiedere aiuto, imparando proprio dai figli a voler bene davvero, senza progetti, senza tornaconto.,Simone Fortunato,