Il ragazzaccio del titolo del film è Mattia, quarto anno di liceo classico e già bocciato un paio di volte. È un bullo, uno di quelli irriverenti con i professori e prepotenti con i deboli e i disabili, e che per questo sa far ridere i suoi cosiddetti amici. Il giorno in cui il Covid spinge il governo al primo, duro, lockdown, si trova come tutti catapultato in una nuova realtà difficile da capire: impossibilità di uscire di casa, videolezioni, reclusione nella propria stanza. Non ha dialogo con la madre e non stima il padre infermiere. Intanto in lui crescono rabbia e frustrazione…

Paolo Ruffini è un regista da seguire con attenzione. Partito da commedie demenziali come Fuga di cervelli ha dimostrato grande sensibilità nei due recenti documentari Up & Down e Perdutamente. Con Ragazzaccio il regista ci porta a quella primavera del 2020, quando le vite di tutti noi sono cambiate radicalmente, per raccontare non solo l’impatto devastante del virus sulla società ma per aprire una finestra sul disagio degli adolescenti che il Covid ha accentuato.

Il personaggio di Mattia – Alessandro Bisegna, uscito dalla scuola di Massimiliano Bruno – è davvero respingente, strafottente e irritante. Il suo atteggiamento non è accettabile per la mancanza di rispetto nei confronti di tutti, professori, genitori e compagni di classe; unita al rifiuto a chiedere scusa. Però il ruolo di bullo è quello che gli dà popolarità e attenzione, e questo sembra bastargli. Questo suo atteggiamento nasconde un vuoto da colmare e questo vuoto si chiama attenzione e bisogno di dialogo. Lo capisce il professore di italiano (cui dà volto un bravo Giuseppe Fiorello) che inizia con lui un confronto privato a distanza dopo le lezioni grazie al quale Mattia inizia ad aprirsi e a capire che nella vita ci sono altre possibilità e valori. Il cuore del film è proprio nella dialettica tra allievo e professore che dischiude il mondo interiore del protagonista – scopriamo che ha doti da poeta – e porta il ragazzo a reagire e a iniziare a vivere, per quanto possibile in lockdown, il sentimento che prova per Lucy, una compagna di istituto.

Il film affronta anche altri temi. Come quello di una scuola pronta a escludere i prepotenti senza cercare di capirli, quello di famiglie che rimangono insieme solo per abitudine e anche il tema del bullismo; Mattia si rende autore di un gesto totalmente inaccettabile e inqualificabile ma sarà la sua vittima a dargli una lezione morale e un grande insegnamento. Paolo Ruffini ha definito Ragazzaccio un film “urgente”. È di sicuro un film sentito e sincero, impreziosito anche dalla partecipazione di Sabrina Impacciatore, nei panni della madre di Mattia – frustrata, infelice e ipocondriaca – e di Massimo Ghini, in quelli di un padre chiuso in sé stesso e che, dal letto di ospedale dove si cura per il Covid, trova la forza di fare un discorso di grande umanità al figlio. Ragazzaccio è un piccolo film molto ambizioso, che pone molti temi sotto la lente di ingrandimento e che non è esente da schematismi, come la troppo semplicistica contrapposizione tra il professore illuminato e quella cinica e insensibile. A nostro avviso, però, è un passo in avanti nella carriera artistica del regista.

Stefano Radice

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