Philip, rimasto orfano dei genitori sin da bambino, viene cresciuto in una tenuta di campagna dall’amorevole cugino Ambrose, che lo educa ad una vita semplice in un ambiente esclusivamente maschile. Finiti gli studi in città il giovane Philip torna alla tenuta per scoprire che Ambrose, ormai anziano, è in partenza verso un luogo più adeguato alle sue condizioni di salute, che si aggravano di giorno in giorno. Philip segue le vicende del cugino leggendo avidamente le sue lettere, che gli annunciano il suo matrimonio con una donna estremamente affascinante, conosciuta a Firenze, dove i due decideranno di risiedere. Ma qualche tempo dopo le lettere si faranno sempre più confuse: Ambrose si dice terrorizzato dalle manipolazioni che la bellissima e apparentemente letale donna che ha sposato sta attuando per ucciderlo. Quando Philip li raggiungerà sarà ormai troppo tardi; il giovane giurerà allora vendetta alla vedova, ma quando quest’ultima si recherà alla tenuta di Philip, egli si troverà davanti una donna completamente diversa da quella che aveva immaginato.

Nella sua ultima fatica Roger Michell, già regista del famoso Notting Hill, si concede al suo grande amore per i film in costume adattando il noto romanzo Mia cugina Rachele di Daphne du Maurier. L’opera era già stata trasposta nel 1952, quando Henry Koster ne aveva fatto un ottimo film con protagonisti Olivia de Havilland e Richard Burton; in questa nuova versione troviamo invece l’altrettanto brava – e bella – Rachel Weisz nei panni della femme fatale e un Sam Claflin come sempre poco convincente, che interpreta il giovane e ingenuo Philip. Il film è romanzescamente diviso in tre parti, tramite le quali si snoda una storia che tradisce il ben più interessante finale del libro e che si annuncia come prevedibilissima sin dalle prime scene. Il primo atto si salva in corner gestendo piuttosto bene la sospensione della figura di Rachel, sempre annunciata e mai mostrata, se non tramite le parole delle lettere di Ambrose. In modo assolutamente paradossale, è proprio nel momento in cui la star della storia si svela che la debolezza dell’impianto della scrittura si rivela anch’esso in modo ancor più drammatico per lo spettatore, il quale rischia velocemente di annoiarsi nella banalità di gesti e battute di ogni singolo personaggio. La tensione si stempera e tutto avviene secondo quel copione che anche le menti meno creative potrebbero immaginarsi; se la figura della femme fatale sta in piedi concedendoci qualche intrigo ancora da svelare, lo stesso non accade per tutti gli altri personaggi, le cui psicologie vengono abbandonate nella piattezza degli avvenimenti.
Neanche quell’interessante complesso di rimozione e paura del femminile suggeritoci nelle prime battute viene esplicitato a dovere, riducendosi alla frammentarietà di un personaggio maschile impantanato nella sua ingenuità e che mai evolve nel corso della storia.Il fascino si concentra quindi tutto in Rachel, figura di donna matrigna e insieme madre e compagna, insondabile e forse manipolatrice: costruita su eredità evidentemente hitchcockiane e perturbanti, il predominio da lei esercitato sul vuoto di contenuti che la circonda rende il film un one woman show privo di equilibrio.
Nell’economia del film sono sbagliati e ripetitivi persino i ritmi e le situazioni del finale, sospeso e sbrigativo in una domanda che ha l’ambizione di elevarsi a metafora sulla natura umana, ma che rimane saldamente ancorata a terra, inadeguata al contesto e al livello del resto della pellicola.

Maria Letizia Cilea