Il nuovo film di di Jonathan Demme ha una struttura narrativa classica: una giovane donna in crisi, e per questo in cura in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, ritorna in famiglia provocando scompiglio con i suoi problemi e con il suo egocentrismo. E questo proprio nel momento in cui sta per avvenire il matrimonio della sorella. È l’occasione per una serie di conti da regolare, di segreti inconfessabili da confessare, per rapporti da recuperare o da respingere definitivamente. A cominciare dal rapporto con se stessa, suo vero tallone d’Achille.,Ma se gli elementi in campo non sono originali, è lo stile la “cifra” su cui investe il regista di Philadelphia e Il silenzio degli innocenti: nervoso, con camera a mano sempre in movimento, con personaggi che non smettono mai di parlare, di ribattere, di aggredirsi verbalmente. Certo, dopo vent’anni di film indipendenti “stile Sundance” anche questa non è un’enorme novità ma bisogna riconoscere a Demme (e alla sceneggiatura di Jenny Lumet, esordiente figlia del grande Sidney) di avere sensibilità per le sfumature, le psicologie, le facce. Coadiuvato da attori in forma, a cominciare dalla protagonista Anne Hathaway, alla ricerca di consacrazione in un ruolo serio dopo tante commedie (ma era già impegnata in un ruolo drammatico nel semisconosciuto Havoc), ma anche dal “padre” padre Bill Irwin. Rimane un sospetto di manierismo (la tragedia segreta è un classico dei drammi familiari), di schematicità nella composizione dei personaggi e delle loro reazioni, di attenzione più allo stile che al cuore del racconto. Ma la classe è indiscutibile e il film complessivamente apprezzabile.,Antonio Autieri