Dal regista dei controversi Hedvig – La diva con qualcosa in più e Shortbus tutto ci saremmo aspettati tranne che un film come Rabbit Hole, dramma dolorosissimo e assai sobrio sulla vicenda di una coppia di genitori che devono convivere con l'esperienza tragica della morte dell'unico figlio. Mitchell, seguendo quella che è forse l'unica strada possibile nel racconto del dolore da La stanza del figlio di Moretti in giù, adotta uno stile sobrio e rispettoso nella rappresentazione dei tentativi dei due coniugi, interpretati dai bravi Nicole Kidman e Aaron Eckhart, di tirare avanti, di sopravvivere a un dolore che non lascia scampo. Così, i due ci provano, rimanendo uniti nonostante la tempesta della vita. E reagiscono in modo diverso alla tragedia, secondo il proprio carattere e la propria storia personale: mentre Eckhart cerca pace e conforto attraverso incontri di terapia di gruppo dove incontrerà una donna (l'ottima Sanda Oh) segnata pure lei dalla medesima esperienza luttuosa, la Kidman, irrigidita dalla perdita, sempre più muta e ripiegata su se stessa, entra in crisi quando la sorella rimarrà incinta, un fatto inaspettato che la obbligherà a fare i conti con il figlio che non c'è più. ,Mitchell dirige bene gli attori, efficaci nel tenere un registro basso, sotto le righe, e non deborda mai nemmeno quando segue il personaggio della Kidman legarsi sempre più profondamente nel rapporto con il giovane che ha causato, seppur in modo involontario, la morte del bambino. Anzi, quell'incontro, nato nell'ambiguità, tra la morbosa curiosità e il desiderio di rivalsa, si fa rapporto di condivisione all'insegna di una ferita che ha segnato irrimediabilmente le esistenze di entrambi, aprendosi persino a un positivo, ben simboleggiato da quella storia a fumetti, dal titolo significativo, Rabbit Hole/La tana del coniglio, che il ragazzo dona alla donna. Come per dire che in questo luogo di dolore si è almeno in due e che non si è soli. D'altra parte, in tutto il film i protagonisti vivono questa opposizione tra solitudine estrema di fronte al dolore e l'esperienza di un rapporto che è vissuto come drammatico ma anche come provocazione. Come è chiaro nella relazione contrastata tra la Kidman e la madre, anch'essa “orfana” di un figlio morto per overdose. Un rapporto tra alti e bassi, in cui c'è anche spazio per uno sfogo tanto violento quanto umano nei confronti di un Dio ritenuto sadico, ma segnato anche dalla pietà e dalla comprensione profonda e culminante nell'insegnamento più grande che la donna anziana dona alla figlia. Il dolore forse non è inutile. È l'unica cosa che è rimasta del figlio che non c'è più e in qualche misura, pur mutando di intensità e di forma nel tempo, è anche un segno di quell'amore, di quel rapporto speciale, di quell'assenza silenziosa eppure paradossalmente così presente nel cuore e nella mente dei genitori. È il momento migliore e più profondo di un film serio che, pur non lasciando alcuno spazio ad un'ipotesi religiosa nell'affronto della morte, non si rassegna alla cupa disperazione presentandoci anzi due figure fragili e ferite che non precipitano, come spesso accade nel cinema del dolore, nella più completa autodistruzione, ma cercano eroicamente di rimanere in piedi aggrappati l'uno all'altra in un mondo che, con grande tristezza, non sembra capace di offrire alcuna risposta ai grandi interrogativi che agitano il cuore dei due protagonisti: perché la morte, perché la sofferenza.,Simone Fortunato,