Sballottata tra genitori litigiosi ed egoisti (la madre Susanna è una rocker in crisi di mezza età, il padre Beale un mercante d’arte un po’ troppo amante delle gonnelle), la piccola Maisie accetta con pazienza le poche attenzioni che i due le riservano ad intermittenza, usando la battaglia per l’affidamento della piccola per ferirsi a vicenda. Inaspettatamente saranno un barista (sposato da Susanna per sentirsi giovane e avere dei vantaggi in tribunale) e una babysitter (sposata da Beale per la sua bellezza e per poterle scaricare la figlia) a prendersi a cuore la piccola, offrendole il calore che i suoi genitori non sembrano capaci di darle.

Riuscitissimo adattamento in chiave moderna del romanzo di Henry James (che si dimostra qui acuto lettore dell’animo umano capace di toccare corde scoperte a distanza di secoli), arriva con qualche anno di ritardo anche in Italia una pellicola che ha il pregio di trovare gli strumenti cinematografici per esprimere il punto di vista della piccola protagonista, una bimba costretta a crescere prima in mezzo ai litigi dei genitori, poi sballottata tra i due all’indomani della separazione, più spoglia da conquistare (ma non custodire) che oggetto d’amore. Tanto che a prendersi cura di lei finiranno per essere due persone che nella vicenda sono entrate quasi per caso (nelle vesti degli “angelici protettori” Alexander Skarsgård e Joanna Vanderham sono persino troppo buoni per essere veri), e che vengono a loro volta coinvolte nel gioco delle ripicche e delle cattiverie da cui Susanna e Baele non sembrano capaci di uscire… Nemmeno per rendersi conto della sofferenza della figlia. È la macchina da presa a offrici lo sguardo della bambina, addolorato, ma senza una condanna esplicita come solo quello dei bambini può essere, eppure allo stesso tempo pieno di una fragilità che convince due estranei a proporsi come “sostituti genitori”.

Non è un banale ritratto di famiglia disfunzionale nella sua versione allargata, quello che i due registi Scott McGehee e David Siegel (nel loro curriculum un altro dramma familiare, Parole d’amore) dipingono aggiornando con grandissima efficacia la vicenda narrata a suo tempo da James, ma un acuto sguardo su una realtà in cui una bambina paga le conseguenze di una Weltanschauung per cui la gratificazione personale viene prima di tutto e un genitore può decidere di essere tale solo quando questo non disturba la propria realizzazione. In questo contesto apparentemente privo di speranze, è proprio lo sguardo innocente di Maisie a dimostrarsi capace di suscitare in due adulti che pure non le sono legati dal sangue (e che forse hanno imparato sulla loro pelle che non sempre il mondo è fatto per soddisfare le nostre aspirazioni) la capacità di sacrificarsi per lei, di mettere da parte il proprio interesse per offrirle la tenerezza e il calore che merita. Il fragile equilibrio di questa soluzione (che tuttavia persino una pessima madre come Susanna è alla fine costretta a riconoscere) ha certo tutta la provvisorietà della nostra epoca (ma pure James, in effetti, aveva mostrato per la sua Maisie una via d’uscita tutt’altro che idilliaca), ma è senza dubbio un richiamo nei confronti di adulti che si attaccano capricciosamente alla propria autogratificazione e finiscono per essere incapaci di mantenere un qualunque legame.

Luisa Cotta Ramosino