Charles Foster Kane, magnate dei media, muore abbandonato da tutti nella sua lussuosa residenza, Xanadu. Ma, prima di morire, pronuncia una parola: Rosebud. Chi o cos’è Rosebud? E quali segreti si nascondono dietro la vita di un uomo così potente ma morto in solitudine? Jerry Thompson, giornalista di un diffuso cinegiornale, riceve l’incarico di realizzare un’inchiesta giornalistica e quindi di indagare su Kane, e per far questo va a cercare ex mogli, ex collaboratori, ex amici.

Aveva solo 25 anni Orson Welles quando diresse questo suo primo, indimenticabile film: il titolo italiano, Quarto potere, allude alla stampa di cui il protagonista diventa un potentissimo “re”. Ma il titolo originario, Citizen Kane, fa riferimento al fatto che Kane sia un cittadino americano tipico e al tempo stesso paradossale. Un uomo di potere ma che ha cercato di affermare una politica di attenzione ai poveri, quasi fosse un “cittadino” di una rivoluzione populista. Insomma, l’intreccio tra media e politica è sicuramente un tema del film.

Ma quello che fa di Quarto potere un unicum rispetto a tanti altri epigoni è che nella figura di Charles Foster Kane – probabilmente modellata su William Randolph Hearst, proprietario di un impero analogo in quegli anni: non a caso Hearst, che venne al corrente della produzione, cercò in tutti i modi di bloccare il film – si concentrano non solo le contraddizioni dell’uomo di potere, che comanda e viene lusingato da tanti e pure vorrebbe avere persone davvero fidate vicino a lui; ma dell’uomo in generale, che punta ad avere tutto per poi dover ammettere a sé stesso che l’unica cosa che gli interessa è essere amato. Seguendo l’indagine di Thompson, partendo dall’infanzia di Kane, in cui viene allontanato bruscamente dalla famiglia per essere educato da un banchiere come tutore, fino alla scalata nel mondo dell’editoria e alla formazione di un vero e proprio impero (con 37 testate giornalistiche e svariate emittenti radiofoniche) e al tentativo di “scendere in campo” in politica troncato da uno scandalo, anche noi spettatori scopriamo – in un gioco di continui salti nel tempo – tante informazioni su di lui. Come il suo rapporto con il Potere e con i potenti: non potendo diventarlo, Kane cerca di manipolare capi di stato e dittatori che poi finiscono spesso oggetto degli strali dei suoi giornali.

Ma solo nell’ultima scena si dipana il mistero di quella parola, Rosebud (malamente tradotta in “Rosabella” nella versione italiana), che svela l’essenza di tutta una vita. Anche se sicuramente, nel fascino di questo capolavoro, c’è anche il fatto che il mistero è destinato a rimanere tale in un finale in un certo senso beffardo e tenerissimo al tempo stesso.

Come dicevamo, Orson Welles aveva solo 25 anni ma era già famoso per le sue imprese a teatro e in radio (dove aveva scatenato il panico recitando il romanzo La guerra dei mondi come se negli Stati Uniti fossero sbarcati gli alieni). Diceva di aver imparato la tecnica cinematografica in quattro giorni, ma la cambiò radicalmente con le sue inquadrature ardite, dal basso verso l’alto, pensate per le enorme sale cinematografiche di quei tempi e per consegnare al pubblico personaggi giganteschi, “più grandi della vita” nel bene ma soprattutto nel male. Il suo Kane è un personaggio controverso ma affascinante, prepotente ma fragile. E Welles ne è anche un credibilissimo interprete, nelle varie età del personaggio, da giovanissimo ad anziano (ben truccato), oltre che regista e cosceneggiatore del film insieme a Herman J. Mankiewicz (la cui storia è stata raccontata in Mank di David Fincher).

Caratteristica essenziale del film, come si diceva, è il suo andirivieni nel tempo, dal passato al presente, con tanti flashback e salti di epoche, tanto da risultare ancora di una modernità assoluta alla sua ennesima riedizione. Per fortuna nella versione originale e non in quella doppiata, per quanto da voci celebri come quella di Emilio Cigoli.

Antonio Autieri

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