Per una volta tutti d’accordo o quasi, al termine del Festival di Cannes. Non tanto sul vincitore o su questo o quel premio (i verdetti delle giurie sono quasi sempre discutibili), quanto sulla proposta complessiva della selezione ufficiale, più specificatamente proprio del concorso. Che ha presentato una ventina (19 per la precisione) di titoli che non sembrano in grado di far ricordare l’edizione 2017, con molte delusioni e tanti film riusciti a metà. Magari il vincitore avesse suscitato ululati di contestazione e urla allo scandalo, scippando un altro concorrente meritevole… Il fatto è che pochissimi titoli erano riusciti a coagulare quel consenso della critica tale da auspicare la loro vittoria.

Eh sì che doveva essere un’annata straordinaria, quella del 70° festival. L’importante anniversario doveva essere celebrato come si deve: e il contorno è stato notevole, con tante star (per citarne una: Nicole Kidman era presente ben quattro volte in programma, con due film in gara, uno fuori gara e perfino una serie tv: non a caso le è stato assegnato lo speciale Premio del 70° Anniversario, ma non è tornata indietro a ritirarlo), pubblico che affollava la Croisette e soprattutto la zona antistante la celebre scalinata rossa del Theatre Lumière per vedere divi veri o presunti, ospiti d’eccezione (su tutti Clint Eastwood che ha tenuto una masterclass). E soprattutto la serata che esaltava la ricorrenza: concorso sospeso per una sera, eccezionalmente, e spazio a registi e attori premiati o protagonisti nel passato glorioso di Cannes (c’erano anche Nanni Moretti, Matteo Garrone e Dario Argento, oltre al giurato Paolo Sorrentino e a Claudia Cardinale; ma anche Ken Loach, Jane Campion, Oliver Stone, Alejandro Iñarritu, Catherine Deneuve e tantissimi altri).

Però, se la cornice è splendida ma il quadro delude alla fine ci si ricorda il quadro. E quest’anno, come si diceva, la critica ha manifestato in modi diversi il suo sconforto. Pochissimi i titoli che hanno convinto tutti (forse solo Loveless del russo Andrey Zvyagintsev, già Leone d’Oro a Venezia con Il ritorno; e, in parte, il film sulle battaglie dei malati di Aids, 120 battments di Robin Campillo, vincitore del Gran Premio speciale della giuria). Con consensi contrastanti, sono stati però abbastanza apprezzati anche The Beguiled di Sofia Coppola, premiata per la miglior regia (ma il fatto che dalla stessa storia sia già stato tratto un cult degli anni 70, La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel, proprio con Eastwood, non aiuta il rapporto con la critica) e Wonderstruck di Todd Haynes. E la Palma d’oro? The Square (nella foto), diretto da Ruben Östlund (già noto con il precedente Forza maggiore) è opera provocatoria e a tratti respingente, anche se pure divertente nel suo sarcasmo contro l’arte contemporanea e i personaggi che le ruotano intorno. Ma onestamente non ci sembra un film da massimo premio: probabile che, in un anno mediocre, erano tante le opzioni e alla fine la giuria abbia optato per un compromesso. In questi casi metà dei film in concorso potrebbero vincere…

Ma ci sono state anche vere delusioni: come Happy End del pluripremiato Michael Haneke, o il thriller apocalittico e cinico The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos, anche in rapporto alle aspettative (del nostro disappunto vi abbiamo già riferito..), ma anche il beniamino di casa François Ozon con L’Amant Double (era molto meglio Frantz, presentato a Venezia) . I più stroncati dalla critica, assolutamente compatta: l’ungherese Jupiter’s Moon di Kornél Mundruczó, e il biopic francese molto piatto Rodin, di Jacques Doillon. Personalmente, come vi avevamo già scritto, ci erano piaciuti The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach e Le redoutable di Michel Hazanavicius: ma non ci sorprende non siano stati considerati (il primo anche in quanto prodotto da Netflix, cui il Festival ha dichiarato guerra).

A lenire la delusione di Cannes 2017, la vitalità delle altre sezioni; dove peraltro si è distinto bene anche il cinema italiano con 6 film tra Un certain Regard (Fortunata di Sergio Castellitto, piaciuto agli stranieri più che ai connazionali, e Dopo la guerra di Annarita Zambrano), Semaine de la Critique (Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, molto apprezzato) e Quinzaine des realisateurs (L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, Cuori puri di Roberto De Paolis e A Ciambra dell’italoamericano Jonas Carpignano: l’opera più ostica, eppure premiata dagli esercenti di qualità europei). Ma in generale queste tre sezioni (al Certain Regard spiccava tra gli altri L’atelier di Laurent Cantet, già vincitore a Cannes nel 2008 con La classe), forse per le minori pressioni, come già in passato hanno convinto di più del cartellone principale “cucinato” dal direttore Thierry Fremaux. Un segno di un festival che complessivamente ha “bucato”, tra registi ormai selezionati a scatola chiusa e scelte azzardate. Venezia, sempre più in grado di sfruttare la forza delle sue date post-estate, si frega le mani.

Antonio Autieri