Quando racconta di Giovanni, un militante del Pci che si risveglia nel 2015 dopo 31 anni di coma causati da un colpo alla testa subito nel 1984 a Roma, il giorno dei funerali del segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer. Giovanni è un uomo di circa 50 anni ma, di fatto, è ancora un diciottenne che si ritrova catapultato in un mondo completamente diverso da quello che ricordava. Nel suo percorso di riavvicinamento alla vita lo aiutano la giovane suor Giulia e Leo, un ragazzo conosciuto durante la riabilitazione.
Walter Veltroni, con il suo secondo film di finzione dopo C’è tempo – porta sul grande schermo il suo omonimo romanzo del 2017. Quando è un film molto personale perché Giovanni (Neri Marcoré), al di là dell’invenzione scritta e cinematografica dell’uomo che si risveglia dopo decenni, che può ricordare lo spunto di Goodbye Lenin!, è di fatto il suo alter ego. La nostalgia che prova il protagonista per la figura di Berlinguer, per la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure a Roma, per un partito che con «un’ideologia sbagliata lottava per ideali giusti» ma anche il non rimpianto per l’Unione Sovietica e per il muro di Berlino e il disappunto quando gli fanno vedere un video con il segretario del Psi, Bettino Craxi, bersagliato dal lancio delle monetine nel 1993, sono idee, riflessioni e posizioni assunte ed espresse spesso da Veltroni in questi anni.
Quello di Veltroni, però, non è un film sulla politica e su come sia cambiata, ma racconta il percorso umano di Giovanni per adeguarsi a un mondo stravolto rispetto agli anni 80 del secolo scorso. Risulta un po’ prevedibile il giochino del suo stupore per i computer, gli smartphone che utilizza come walkie talkie, le automobili super accessoriate, il telepass e altri segni della modernità come i social o i tablet. Più interessante, invece, il legame che si crea tra Giovanni e suor Giulia (Valeria Solarino) e il taciturno Leo (Fabrizio Ciavoni), un giovane apparentemente disadattato, appassionato di animali e tecnologia, e che però non conosce niente degli anni 80 come le giovani generazioni. Giulia è la persona che gli è stata vicino durante il coma e che più di tutti lo capisce. In un flashback, la vediamo confidargli le ragioni che l’hanno spinta a prendere i voti: «Cercavo un’amicizia sincera, disinteressata a cui poter raccontare tutto di me. Qualcuno che mi ascoltasse. Era Dio quel qualcuno», nella scena forse più toccante del film. Dove il racconto si fa debole, a nostro avviso, è soprattutto nel recupero di vecchi affetti come la ex fidanzata (Olivia Corsini) – che nasconde due segreti difficili da confessargli – e l’ex migliore amico Tommaso (Gianmarco Tognazzi); anche la visita alla madre ormai malata di Alzheimer poteva essere più approfondito mentre si risolve tutto in una scena unica.
Neri Marcoré, grazie anche al suo atteggiamento un po’ stralunato, regge bene il ruolo di chi si sente un po’ un marziano ma capisce la necessità di andare avanti verso il futuro anche se non riesce a capire il mondo moderno. Valeria Solarino mette molta grazia nel suo personaggio – a rischio comunque di essere troppo simile alle tante suore viste nelle recenti serie Tv di questi anni – ma fa piacere tornare a vederla in un ruolo importante. Da segnalare i camei di Massimiliano Bruno e quello particolarmente riuscito di Stefano Fresi. Quando è un lungometraggio discontinuo, con qualche tocco riuscito e altri meno e un discreto finale, ma Walter Veltroni a nostro avviso rimane più a suo agio come regista di documentari come dimostrato in I bambini sanno e nel recente Fabrizio De André e Pfm – Il concerto ritrovato.
Stefano Radice
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