Difficile guardare a Cetto senza pensare a Checco. Difficile, per tanti motivi. Perché sono due film italiani che hanno incassato parecchio in questo scorcio di stagione 2010/2011; perché sono usciti nelle sale uno ridosso all’altro; perché sono due film comici segnati dall’estro di due mattatori come Zalone e Albanese e perché, pur senza troppe velleità, Qualunquemente e Che bella giornata affrontano con toni leggeri problemi spigolosi: la politica inquinata, per usare un eufemismo, nel film scritto e interpretato da Antonio Albanese e addirittura il terrorismo islamico nel film di Zalone.

Eppure i due film, a ben vedere, sono assai diversi per forma e contenuto. Se infatti Che bella giornata è una storia, certamente calcata sopra le righe, con punte di grottesco e surreale, ma fondamentalmente improntata a un deciso realismo e ottimismo, una storia persino solare, limpida come quel cielo che fa da sfondo alla locandina del film (e le location, sia quelle settentrionali che quelle pugliesi, rimarcano questo aspetto di realtà “vera”), quello diretto da Giulio Manfredonia è un film dai toni cupi che affronta tematiche attuali, attualissime, attraverso una deformazione della maschera comica e utilizzando il registro e lo stile della satira spesso assai greve. Cetto è ben lontano dal candido e scorretto Checco: è volgare, volutamente volgare, sempre sopra le righe. È il simbolo, sin troppo rimarcato durante il film, del malcostume di parte della nostra classe politica. Manfredonia e Albanese non risparmiano nulla: Cetto è il più impresentabile di tutti i politici e per questo ha successo. Fa affari con la mafia, condiziona pesantemente i dibattiti politici televisivi, ha ufficialmente una moglie e un figlio (derelitto) ma si trascina dietro un’amante con figlia sudamericana e frequenta quotidianamente donne di malaffare. I personaggi che lo circondano sono squallidi quanto lui; Cetto deride il proprio avversario politico; considera la cultura una parolaccia e un peccato pagare le tasse. Insomma, facile vedere dietro di lui riferimenti evidenti alla politica e in particolar modo un certo politico, almeno secondo la vulgata dei suoi detrattori.

Però il film non convince e non certo per come sviluppa la sua satira, ma perché, più che un film, una storia, Qualunquemente è una sequenza di gag più o meno riuscite, spesso meno riuscite: la ripetizione o la sottolineatura della battuta spesso è indice che qualcosa non va, o che si ha paura che il pubblico non abbia capito, e il film è sin troppo carico di ripetizioni (i tormentoni stancanti “caini” e “pilu”). Un film slabbrato, quindi, tenuto insieme dalla verve di Albanese che è bravissimo e che però pare stritolato da un personaggio non sempre sostenuto da una sceneggiatura adeguata e viziata al fondo da accenti predicatori e da una regia decisamente anonima di Manfredonia che pure in precedenza si era dimostrato capace di raccontare storie come in È già ieri (2004) e Si può fare (2008). In Qualunquemente, invece, il compito del regista pare solo quello di dare libero sfogo alla vivacità del protagonista a discapito di pur bravi caratteristi sin troppo sacrificati, da Luigi Maria Burruano a Lorenza Indovina allo stesso Salvatore Cantalupo nei panni tristi del politico corretto (e, va detto, grigissimo e compassato, simile pure a tanti altri politici di oggi tanto integri formalmente quanto ingessati umanamente). Solo il personaggio di Sergio Rubini, mentore pseudo lombardo di Cetto pare più centrato e godibile. Il resto è poco cinema e tanta farsa, tanta caricatura, percorsa da una vis polemica che, pur non diventando mai livore manifesto, non si trasforma neppure mai in risata liberatoria. Forse perché davvero c’è poco da ridere a guardare la politica di oggi. Ma anche il terrorismo di matrice islamica, prima del ciclone Checco, poteva suscitare tutto, tranne che risate. E invece nel film di Zalone si ride, e pure tanto. In Qualunquemente molto, molto meno.

Simone Fortunato