La provincia americana, fatta di cittadine dove tutti si conoscono, casette isolate con portico dove meditare e la porta quasi sempre senza chiave, è un luogo dell’anima del cinema americano, alternativamente passato da cui fuggire o eredità a cui tornare, ma oggi più che mai il simbolo di un modo di esistere che lotta per sopravvivere di fronte ad un mondo globalizzato e troppo veloce.,Steven Butler, rappresentante di una grande multinazionale, la Global, specializzata nel fracking (un processo che permette di raggiungere i grandi giacimenti sotterranei di gas naturale presenti in profondità trivellando e spaccando l’involucro che li copre) ha il compito di convincere gli abitanti di una piccola cittadina rurale della Pennsylvania a cedere i diritti dello sfruttamento dei giacimenti che stanno sotto i loro terreni in cambio di denaro contante subito e di una percentuale sui futuri guadagni. È un lavoro che Steven sa fare bene anche perché conosce in prima persona le difficoltà delle piccole comunità rurali, che sopravvivono solo grazie ai sussidi e che stanno morendo poco a poco. Lui stesso proviene da una di queste cittadine e suo nonno aveva una fattoria non molto diversa da quelle che ora gira battendo ad ogni porta e “vendendo” il sogno di una vita nuova a gente spesso disperata.,Tutto semplice fino a quando qualcuno viene a mettergli i bastoni tra le ruote, ma soprattutto a riempirgli la testa di domande: prima un anziano ma combattivo insegnante del liceo locale, che convince gli interessati a mettere la proposta al voto; poi un giovane ambientalista pieno di iniziativa, che sembra pure molto più intraprendente di lui con la bella Alice, una donna del posto su cui Steven ha messo gli occhi. Steven, che è sempre riuscito a condurre le sue transazioni senza problemi e senza farsi troppe domande, si trova pian piano messo spalle al muro, mentre l’esito della votazione si fa sempre più incerto, almeno fino ad un improvviso colpo di scena che è la cosa migliore di una storia che per il resto può sembrare un po’ troppo prevedibile e manichea: corporation cattive e imbroglione da un lato, brava gente e idealisti dall’altro, e nel mezzo un (anti)eroe facile da convincere.,C’è, però, un equivoco di fondo alla radice dello scarso successo che la pellicola prodotta, scritta e interpretata da Matt Damon (che doveva anche dirigerla, ma ha poi ceduto il posto al sodale Gus Van Sant) ha riscosso negli Stati Uniti. Chi lo ha voluto vedere come una specie di Erin Brokovich dal punto di vista di un (quasi) cattivo in via di redenzione, un Michael Clayton senza il giallo, o uno epigono dei film di denuncia anni Settanta, questa volta in guerra contro le multinazionali del fracking, è probabilmente rimasto deluso dal tono e dall’esito della narrazione, fatta più di sfumature psicologiche, di dubbi e domande aperte che di invettive idealistiche e rivelazioni catartiche e risolutrici.,Preceduto da polemiche che molto poco avevano di cinematografico e accolto tiepidamente dal pubblico americano, Promised Land è in realtà una meditazione non banale sul senso della comunità che sta scomparendo, e sulla necessità dei cittadini di farsi carico in prima persona delle decisioni che li riguardano.,In questo, paradossalmente Matt Damon e Van Sant (ma tra i produttori c’è anche l’ottimo John Krasinski, qui nei panni dell’ambientalista e che abbiamo apprezzato anni fa in American Life) si avvicinano più alle tesi di un “ambientalismo conservatore” come quello di Roger Scruton che vede nell’assunzione di responsabilità di una comunità decisa a trasmettere quello che le appartiene un’arma molto più forte per difendere l’ambiente di tanti proclami generici di enti ben intenzionati.,Matt Damon si costruisce attorno un bel personaggio di venditore che, come tale, si è sempre più concentrato sulla vendita stessa piuttosto che su ciò che offriva e che invece per la prima volta si ferma davvero a riflettere sulle implicazioni delle sue azioni. Accanto a lui tutto un ventaglio di personaggi destinati a riflettere le varie posizioni e ottimamente interpretati da una cast di caratteristi e attori di prim’ordine. In cui spicca la bravissima Frances McDormand, nei panni della collega di Steven che evita di porsi domande con la scusa che “è solo lavoro”, ma che poi, quando si tratta di suo figlio lontano, non può evitare a sua volta il richiamo della responsabilità. Si lotta insomma, non tanto contro qualcuno, ma solo per qualcosa a cui si vuole bene.,Laura Cotta Ramosino