Piccolo ripassino di una delle saghe fantascientifiche più affascinanti. Nel 1979 Ridley Scott dirige Alien da un soggetto e una sceneggiatura di Dan O’Bannon. Il film colpisce immediatamente il pubblico per la novità dell’operazione, costituendo un’alternativa più cupa e inquietante della fantascienza eroica e avventurosa di Guerre Stellari uscito solo due anni prima. La fantascienza della scoperta di 2001 – Odissea nello spazio citato quasi scena per scena nei primi minuti muti del film di Scott si mescola con il thriller più cruento. Nasce un nuovo genere destinato a grande successo, il fanta-horror, viene lanciata una grande star, la giovane e sexy Sigourney Weaver ma soprattutto Ridley Scott mostra grandi doti di gestione della suspense e di narratore a tutto tondo in grado di riprendere il topos classico della fiaba (la bella e la bestia) e inserirlo in un contesto totalmente nuovo. Anni dopo, in pieni anni 80, esce un seguito che in Italia si chiamerà Aliens – Scontro finale. A dirigerlo, un regista capace come James Cameron che moltiplica gli alieni che combatteranno addirittura contro dei marine spaziali. Il risultato è un film di minor impatto visivo ma di grande ritmo e tensione, frutto dell’abilità di un regista che proprio nella fantascienza (i due Terminator e Avatar) darà il meglio di sé. Negli anni 90 gli ultimi due sequel. Il primo, Alien 3, uscito nel 1992 ha molti difetti: lunghezza eccessiva, narrazione faticosa, personaggi non ben amalgamati e una sceneggiatura non felicissima ma può contare su un buon regista come David Fincher, a inizio carriera, e vanta almeno una bella idea di sceneggiatura: la Weaver che porta in grembo un alieno. Alien – La clonazione, uscito del 1997 e diretto da un abile illustratore Jean-Pierre Jeunet, è una trita riproposizione di elementi già visti e costituisce l’episodio più trascurabile.

Questa introduzione è necessaria per accostarsi a Prometheus, prequel “sui generis” diretto da Scott. “Sui generis” perché di fatto le creature che hanno reso celebre la saga appaiono molto diverse e comunque non occupano la maggior parte della narrazione e perché l’idea che sta alla base del film, scritto dal Damon Lindelof di Lost e del bel prequel di Star Trek, insiste molto sulla prima parte del primo Alien. Quello, insomma, dell’astronave Nostromo e del ritrovamento casuale di creature che poi si riveleranno mostri terribili. Ci son molte buone cose nel film del regista de Il Gladiatore: la confezione è di altissimo livello; gli effetti speciali all’altezza così come il 3D. I colori, gli scenari, gli interni e gli esterni delle astronavi, le creature assolutamente credibili. E anche la lunga fase preparatoria (almeno 45′ buoni), prima delle sequenze più d’azione e di tensione, ha molti spunti d’interesse. L’equipaggio scientifico dell’astronave Prometheus, sulla base di graffiti ritrovati in alcune grotte, si mette in viaggio alla ricerca di nuove specie viventi, non tanto animali ma veri e propri antenati dell’uomo. A finanziare l’intera operazione l’anziano Peter Weyland (interpretato da un irriconoscibile Guy Pearce), animato, pare, da autentiche domande religiose: siamo soli nell’universo? Chi è il nostro Creatore? Domande che riecheggiano in buona parte del film e che, anche per la presenza di un androide a cui presta corpo e volto Michael Fassbender, non possono non richiamare alla memoria un altro grande film del regista inglese, Blade Runner. L’equipaggio è variopinto: vi è un capitano, Janek (Idris Elba), spregiudicato; la responsabile della missione (un’algida e inquietante Charlize Theron), la coppia di scienziati interpretati da Logan-Marshall Greene e Noomi Rapace che nei panni di Elizabeth Shaw è il personaggio che più si avvicina, anche fisicamente, all’indimenticabile Ripley di Sigourney Weaver. Non è chiaramente l’unico rimando alla saga: Lindelof e Scott dimostrano di conoscere e conoscere bene i 4 film di Alien e sono tanti gli elementi che il fan riconoscerà: il meccanismo dell’ibernazione che consente all’equipaggio di affrontare un lungo viaggio è tipico della serie; il meccanismo della tensione suscitata dalle soggettive dell’equipaggio alle prese con gli alieni è eredità dei primi due Alien. E ancora: la figura chiave dell’androide, la presenza di una Compagnia o di un potente a cui rendere conto; il tema della metamorfosi e dell’alieno che prende possesso del corpo. Tanti elementi, forse troppi, concentrati in 120′: i difetti non mancano e si concentrano soprattutto nella seconda parte, più d’azione. Scott infatti sembra più a suo agio quando deve riprendere degli scenari che quando deve preparare o gestire scene d’azione qui lontanissime dal restituire allo spettatore l’angoscia dei primi episodi, un po’ per l’azzardo di dedicare troppo poco spazio alle creature, un po’ perché il regista inglese non riesce a elaborare scene di paura in modo originale e spiazzante. Tutto sa di già visto: la sequenza nella grotta e anche il duello tra l’alieno e la Rapace appare assai prevedibile. L’altro problema che emerge nella seconda parte riguarda la gestione e la definizione dei personaggi: troppi, e nessuno davvero che buchi lo schermo. A partire dalla Rapace, che sulla carta poteva essere un ottimo sostituito della Weaver: invece non incide, purtroppo, e la chimica con il resto del cast è poca cosa. Ma anche Fassbender e Theron, attori assai in gamba e duttili, appaiono poco efficaci e penalizzati da una sceneggiatura che parte da buoni propositi per poi scadere nella banalità. Da ultimo i caratteristi, sulla carta tutti volti interessanti, Idris Elba in testa ma anche qui purtroppo ridotti a poco più che tappezzeria e, nel caso di Elba, alle prese anche con decisioni che imprimono una svolta fondamentale alla storia ma che sono poco motivati e verosimili. Un film a due facce e a due velocità: notevole da un punto di vista visivo, con diverse sequenze suggestive, Prometheus paga l’eccessiva ambizione di una sceneggiatura che per voler dire troppo, volendo essere un’enciclopedia della saga e al tempo stesso aggiungere riferimenti religiosi (si percepisce a un certo punto lo scontrarsi tra due concezioni, evoluzionistica e creazionistica), perde di vista i fondamentali: la tensione, l’orrore, il fiabesco.

Simone Fortunato