Due bambini giurano che si ameranno per sempre amore, e suggellano il loro sentimento infantile con tanto di “matrimonio” (celebrato dall’amichetto più grande, che non a caso ha la “vocazione”) e da un anellino di gomma. Da cui lui e lei non si separeranno mai, neppure davanti ad altre storie d’amore (neppure quando lei, diventata donna, si sposa davvero, con un irlandese). Ma il loro amore non finirà mai. E alla fine, tra mille dolori e contraddizioni, sarà “benedetto” – ma non con un matrimonio – dall’amico diventato prete.,Lo spunto, pur non originale, è reso in maniera accattivante. E quella promessa di un amore “per sempre” tiene abbastanza la serietà della posta in gioco. La critica si è accanita su un’estetica televisiva, definita anche da Mulino Bianco (ma è ormai un luogo comune, appena si vede un campo di grano, Salvatores a parte). E se l’è presa anche per un tono nostalgico del passato alla Pupi Avati (bestia nera di gran parte della critica di sinistra): che non deve essere invece necessariamente una critica, soprattutto perché Lo Giudice modernizza quel tipo di approccio e di sguardo. Insomma, il film si lascia vedere. E per un film italiano di un esordiente non è poco.,Invece i difetti, che ci sono, sono altri. Sì, la “confezione” non è eccezionale (la storia si snoda in quarant’anni, ma come al solito gli invecchiamenti da noi non si riescono a fare in modo credibile); eppure si dovrà pur mettere in luce le ottime prove non solo di un Luca Zingaretti che il cinema Italia no farebbe bene a non lasciare alla sola Tv e alla serie di Montalbano, ma anche di Stefania Rocca e soprattutto di Marco Cocci. Ed è bello il rapporto che hanno con l’amico prete, figura che per una volta non scade a macchietta ma risulta invece disegnata con semplicità ma anche intelligenza. ,No, i difetti sono nell’“anima”: perché in fondo, se la promessa di un “per sempre” è bella e sincera – nonostante mille tradimenti, mille storie con altri, da parte di entrambi – il dolore non entra mai a suggellare le cadute di un amore tanto grande. Alla fine, non sembra poi così grande questa visione dell’amore, ma molto angusta, perfino un po’ banale.