Prigione 77 inizia a Barcellona nel 1976, tre mesi dopo la morte del dittatore Franco. Manuel è un contabile che viene incarcerato con l’accusa di aver rubato un milione di pesetas. L’impatto con la prigione della città è durissimo e spietato. Nei primi giorni lo aiuta El Negro, un uomo del suo quartiere, e sempre più importante diventa il rapporto con il compagno di cella Pino, inizialmente diffidente verso il ragazzo. In tutte le prigioni iniziano rivolte; i detenuti chiedono un’amnistia. Le speranze sono tante, ma anche la ferocia delle guardie carcerarie pronte a sedare ogni minima rivolta e a punire i responsabili…

Alberto Rodriguez, già regista dell’apprezzato La isla minima, con Prigione 77 realizza un prison movie inteso e drammatico che si ispira a fatti realmente accaduti, ovvero le proteste carcerarie che caratterizzarono la Spagna degli anni di passaggio dal franchismo alla democrazia e che culminarono poi nel 1978 con ben 175 detenuti evasi.  E la presenza della dittatura si sente molto forte nelle scene del film, soprattutto nel comportamento delle guardie carcerarie, nella loro violenza cieca e assenza di umanità nei confronti dei detenuti in quella che era una delle prigioni più importanti del Paese; siamo in Spagna ma si potrebbe essere benissimo nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Vediamo i detenuti protestare per le condizioni in cui vivono, per la mancanza di diritti basilari e di umanità. Sono questi gli anni in cui nasce il Copel – Comitato Coordinatore Detenuti in Lotta, i cui membri chiedono a gran voce un’amnistia dato che i detenuti sono tutti incarcerati secondo leggi di un regime ormai non più esistente.

Prigione 77 racconta questa dura lotta di giustizia, speranza di libertà, illusione, delusione e partecipazione sociale ma è anche un film di rapporti umani, come quello che lentamente lega Manuel (Miguel Herran, visto ne La casa di carta) e Pino (Javier Gutierrez, La isla minima) e quello fatto tutto di sguardi e piccoli gesti tra lo stesso Manuel e Lucia (Catalina Sopelana), un’amica che va assiduamente a trovarlo in carcere. Il lavoro di Alberto Rodriguez mette in scena molti elementi e, malgrado forse una eccessiva lunghezza, coinvolge lo spettatore in un racconto di fine anni 70 ma che per certi aspetti è anche molto attuale, viste anche le cronache che si leggo no sui giornali a proposito delle condizioni carcerarie in molti Paesi del mondo.

Stefano Radice