Discreto film di genere, diretto da un regista capace che ha senso del ritmo e della suspense. Ingredienti fondamentali del primo Predator, firmato da John McTiernan nel 1987 e che in effetti ebbe buon gioco a sfruttare le attese e le paure degli spettatori con i vecchi strumenti del cinema classico: un’ambientazione esotica e inquietante, una colonna sonora da brividi e un cast di facce azzeccate, in primis il mitico Arnold Schwarzenegger. Antal, facendo piazza pulita del sequel apocrifo (il discutibile Predator 2 ambientato a L.A.) riprende i punti di forza del film culto degli anni ’80, puntando più che sugli effetti speciali su un clima di tensione e paura che nasce soprattutto da un punto di partenza avvolto nel mistero: perché Adrien Brody e compagni sono stati paracadutati in quella foresta ? Da chi e, soprattutto, a che pro ? L’incipit misterioso non è nuovo nel cinema di genere e anzi la vicenda e l’ambientazione iniziale sembrano quasi una riproposizione di un buon horror di fine anni 90, Cube di Vincenzo Natali, stesso punto interrogativo iniziale compreso. Poi Antal, seguendo i dettami cinefili del produttore Robert Rodriguez, appassionatissimo da sempre della saga, si piega nel seguire il Predator originale: non mancano buoni spunti e belle facce, soprattutto quella della co-protagonista Alice Braga, davvero una degna erede latina delle varie Elpidia Carrillo e Maria Conchita Alonso, quest’ultima volto notevole di molto cinema d’azione anni 80. Del Predator originale ci sono le soggettive dell’alieno, una violenza cruenta ma non ossessiva, effetti speciali di livello, soprattutto l’idea dell’alieno cacciatore di uomini che ebbe tanta fortuna nel panorama del cinema di fantascienza. Qualche ingenuità, almeno un personaggio assolutamente accessorio (Laurence Fishburne), non tolgono il gusto della visione per l’appassionato del genere che tutto sommato non rimpiangerà nemmeno troppo l’originale. Lo spirito, la forma da B movie, il cast con alcuni caratteristi azzeccati, come il volto incredibile di Danny Trejo, e anche il finale “aperto” ci rimandano proprio là, negli anni di gloria del cinema muscolare americano, i meravigliosamente kitsch anni Ottanta.,Simone Fortunato,