Un discografico in disgrazia, un critico cinematografico retrocesso al gossip dopo aver intrallazzato con la moglie del capo, un immobiliarista con due famiglie e rovinato dal gioco. Sono i tre protagonisti che si incontrano per caso, e su proposta dell’immobiliarista Domenico – che arrotonda facendo l’“accompagnatore” di signore in età – condividono un appartamento pieno di magagne per dividere i costi. Perché tra spese alle ex moglie, vizi dei figli e propri (la malattia del gioco per il personaggio di Marco Giallini), crisi economica e problemi specifici (come la crisi della musica e dei dischi, nel caso dell’ex “discografico” Ulisse, ovvero Carlo Verdone), non si arriva a fine mese. Con conseguenze drammatiche raccontate in modo comico da Verdone, come il non aver letteralmente da mangiare e neanche un euro in tasca in determinate situazioni. Ma non ci sono solo i soldi: ci sono i rapporti con l’altro sesso, magari nella speranza che si aprano nuove storie o che si recuperino vecchi amori, e quelli con i figli che sembrano più maturi (non tutti…) di padri così scombinati. Figli che magari fanno “errori” cui i genitori vorrebbero imporre di rimediare in modo sbrigativo, ma che per loro errori non sono ma circostanze che richiedono scelte serie. E da cui magari si può ricominciare.

Il regista e attore romano recupera temi e situazioni già viste in trent’anni di carriera (come le donne improbabili che piombano nella propria vita: e, nel ruolo della cardiologa che non sa gestire il proprio cuore, Micaela Ramazzotti è intrigante e svampita in modo irresistibile), per fortuna riducendo di molto volgarità in altre sue pellicole insopportabili. Non che il tono sia da commedia britannica, anzi: soprattutto il personaggio interpretato dal grande caratterista Marco Giallini (già apprezzato nel precedente film di Verdone, Io, loro e Lara, ma anche negli ultimi tempi in La bellezza del somaro e, in un ruolo diversissimo, nel recente A.C.A.B.), è sempre sopra le righe e fa della cialtronaggine la sua cifra, ma riesce a risultare comico e non irritante. Mentre Verdone e Favino, per una volta in panni meno seri di quelli in cui ha suscitato l’attenzione di pubblico e critica (Romanzo criminale, Miracolo a Sant’Anna, L’industriale, lo stesso A.C.A.B. e tanti altri), sono più sobri e contenuti. Verdone, in particolare, si sforza di contenere una verve che spesso diventava sbracata, sia per coordinare meglio regia e direzione d’attori (e quella di far rendere al meglio i colleghi è stata sempre la sua dote migliore) che per puntare su semitoni e malinconie cui si addice l’età che avanza ma che anche in passato rendevano le sue opere migliori interessanti (una su tutte: Maledetto il giorno che ti ho incontrato). Più compatto del pur valido Io, loro e Lara, Posti in piedi in Paradiso contiene come sempre qualche sbavatura di sceneggiatura (tra le scene non riuscitissime: la festa di compleanno dalla Ramazzotti e il personaggio del suo ex marito malato di mente, ma anche il goffo incrocio di due coppie in cerca di intimità nello stesso appartamento) e montaggio (si parte in quarta, con persone che non si conoscono e dopo pochi minuti si raccontano dettagli intimi della propria vita), ma riesce comunque a proporsi come una buona commedia sociale, a tratti esilarante. Soprattutto, risulta vincente dove altre commedie cadono (e chi non ha ancora visto il film, se crede, si fermi qui), ovvero nel convincente finale pieno di spunti positivi e non banali. Tra svolte della vita da accettare con coraggio e rapporti incrinati che, forse, possono avere una nuova possibilità.

Antonio Autieri