Kang-do è un uomo violento e senza alcuna compassione, al soldo di società finanziarie che prestano soldi a tasso di usura a povera gente. E quando non li restituiscono, interviene lui a fare il lavoro sporco (che i suoi datori di lavoro neppure conoscono, né vogliono conoscere): minacciando, terrorizzando, torturando, mutilando le vittime. Che vivono in ambienti di uno squallore infinito e talvolta accettano loro stesso di buon grado le mutilazioni, per poter incassare i soldi dell’assicurazione da dividere con il loro aguzzino.,Nella vita del protagonista a un certo punto entra una donna, che si presenta come sua madre che lo abbandonò in fasce, trent’anni prima. Kang-do la rifiuta, la insulta pesantemente, le usa ogni forma di violenza (anche sessuale: «Se davvero sono uscito da lì, lì voglio rientrare»…). Ma poi qualcosa cambia e inizia ad essere colpito dalle sue attenzioni, che non si fermano davanti a nulla. E cambia il suo rapporto con le vittime. Finché la madre non sparisce: l’uomo la cerca disperato, temendo la vendetta di un debitore brutalizzato. Arriva a implorare pietà, cosa per lui impossibile…,Fermiamoci qui con la trama, che riserva molti colpi di scena. Forse non del tutto sorprendenti per chi conosce il cinema di Kim Ki-duk e in generale quello sudcoreano, dove spesso il tema della violenza e della vendetta predominano. Ma sulla vendetta fece tre film decisamente superiori il connazionale Park Chan-woo, Mr Vengeance, Lady Vendetta e soprattutto Old Boy: film violenti ma con un tasso di originalità e di sentimento sorprendenti.,Al 18° film, il sudcoreano Kim (che è il cognome) Ki-duk ha ottenuto – dopo una grave depressione che lo aveva tenuto lontano dal cinema e avvicinato, a quanto ha raccontato nel documentario Arirang, al suicidio – ha ottenuto una grande rentrèe a Venezia 2012, suscitando larghi consensi e vincendo il Leone d’oro. Ma il film convince solo in parte. In Pietà infatti da un lato si eccede davvero in una violenza spesso insostenibile (nella prima parte soprattutto: il film inizia con un suicidio, poi con persone brutalizzate e infine con le prime violenze del protagonista alla donna che entra nella sua vita). Dall’altro affiora un po’ di maniera, nel ripercorrere temi già noti e nell’enfatizzare il tema della crisi, del mito dei soldi e del ridursi al peggio per ottenerli (magari per comprarsi cose assolutamente superflue) che suona una facile concessione ai sensi di colpa del pubblico e della critica occidentale.,Certo, lo stile e la regia dell’autore di film molto apprezzati nei festival negli anni 90 (soprattutto Ferro 3 – La Casa Vuota e Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera), a tratti si fa apprezzare; e il film regge sul piano emotivo, nonostante una certa freddezza, grazie alla bravissima attrice Cho Min-Soo, notevole nel ruolo della madre sorridente e addolorata che porta fino a un finale che può impressionare (soprattutto se non lo si è intuito in anticipo). Ma appunto il tutto rimane freddo, e disturba una violenza propinata allo spettatore in modo quasi sadico.  ,Era bella l’idea della Pietà di Michelangelo da cui è partito il regista, tanto da farne il manifesto del film, perché ispirato dall’immagine della Madonna con in braccio suo figlio Gesù. E nonostante il kyrie eleison finale e le dichiarazioni del regista su un sottotesto religioso da rispettare («Ancora una volta mi rivolgo al cielo, oggi, con una fede carente” ha scritto nelle note di regia per la stampa internazionale a Venezia), nel suo film questi rimandi a un Oltre non li vediamo mai nell’agire delle persone. E non vediamo mai nemmeno pietà.,Antonio Autieri