Questa è la seconda commedia uscita quest’anno che vede come protagonista una donna alla soglia dei quaranta anni decisa a rispondere in maniera “autonoma” al ticchettare dell’orologio biologico (dopo Baby Mama, arrivata molto in ritardo qui in Italia, che aveva come oggetto una maternità surrogata). Come prevedibile, anche qui il destino interviene a sconvolgere i piani facendo incontrare l’uomo giusto alla diretta interessata proprio dopo che lei aveva perso ogni speranza.

Il buon senso vorrebbe che storie come queste venissero raccontante per lo meno dandosi la possibilità di mettere in discussione l’assunto del diritto di una donna ad avere un bambino a tutti i costi e con ogni mezzo, che invece viene dato per scontato (volevo una famiglia, ho dovuto fare così, dice Zoe convinta). Evidentemente contro le intenzioni degli autori, che orgogliosamente affermano di voler trasmettere il messaggio contrario, la semplice sequenza di avvenimenti (non tutti molto plausibili e spesso poco divertenti) della pellicola mostra in modo chiaro la debolezza di questa impostazione. Prima di intraprendere un’impegnativa (più che altro per il pessimo carattere e le insicurezza di lei) relazione con il bel fabbricante di formaggi Stan, Zoe si lascia coinvolgere in un gruppo di sostegno per “Mamme single e orgogliose di esserlo” che sembra piuttosto un’accolita di squilibrate: dalla madre che ancora allatta al seno la figlia di tre anni, alla partoriente psicotica nella vasca da bagno, fino alla capogruppo che guida l’esperienza tra canti sciamanici come in un rito femminista un po’ superato e decisamente poco attraente. Nessuna sorpresa se il povero Stan, dopo aver assistito, non mostri alcuna voglia di ripetere l’esperienza.

Jennifer Lopez si è evidentemente costruita attorno il film (a partire dalla maternità gemellare per continuare per finire con l’inutile gag sulla solidità del suo sedere pre e post gravidanza), ma il suo personaggio appare talmente odioso, nelle sue continue messe in discussione della disponibilità (per il vero, a parte qualche comprensibile momento di incertezza, davvero meravigliosa) del suo partner, nella volgarità e nella violenza implicita dei suoi comportamenti, nell’assoluta mancanza di attenzione per i bisogni dell’uomo che ha scelto di starle accanto, che il pubblico (quello femminile, perché non c’è modo di credere che un uomo possa essere costretto a sorbirsi un film come questo) finisce per chiedersi cosa abbia fatto per meritarsi tanta fortuna. Il rapporto dell’umorale Zoe con quest’uomo più giovane e decisamente attraente, sempre disponibile, pronto a prendersi le responsabilità di due bambini non suoi, a progettare un futuro in cui possa provvedevi economicamente (anche a costo di sacrificare i suoi attuali piani), paziente, gentile, rischia in molti momenti di somigliare a quello di un datore di lavoro intollerante o di una ricca ereditiera con il suo toy boy, che infatti ad un certo punto viene scaricato solo per aver detto, senza alcuna traccia di malizia, una verità incontrovertibile, cioè che i bambini non sono suoi.

Non basta il trauma, poi non molto chiaro, nel passato familiare di Zoe, per spingerci a giustificarla o a prendere le sue parti e condividere per un momento il suo delirante punto di vista. Forse per questo l’happy ending appare un’ingiusta ricompensa per un percorso di crescita morale mai veramente realizzato e non nobilita in alcun modo quello che sta tra esso e l’insolito incontro, infarcito di umorismo scatologico, qui pro quo improbabili e gag volgari inutili,  Se c’è qualcosa che questa commedia assai poco divertente ci dice, contro tutte le sue intenzioni, è proprio che un bambino non dovrebbe mai essere una pretesa, di certo non è un diritto, e di sicuro gli servono una madre e un padre, questo secondo possibilmente il suo.

Laura Cotta Ramosino