Non è il solito film d’animazione. È innanzitutto un’autobiografia, sincera, romantica ma è anche un racconto molto crudo e realistico. E’ un atto d’accusa, un film politico ma anche un album carico di nostalgia. È la sincerità il tratto distintivo di ‘Persepolis’, tratto dall’omonima graphic novel di Marjane Satrapi. E’ un racconto leggero e duro al tempo stesso di una ragazza – Marjane stessa – che ha avuto la vista distrutta dal regime. Prima quello dello Scià contro cui manifestava la famiglia della piccola Marjane, allora pochi anni ma san gran curiosità e soprattutto dei grandi genitori che le insegnano che cosa è la libertà. Un regime duro e oppressivo, una vera e propria “merda” come lo definiscono i genitori di Marjane ma infinitamente meno brutale della Repubblica islamica impostasi a partire dalla fine degli anni ’70. Quando il velo divenne obbligatorio (“È’ un segno di libertà” scandisce l’insegnante cercando inutilmente di convincere una Marjane adolescente e sempre più ribelle). Quando era (ed è) impossibile vestire all’occidentale perché erano vestiti di satana. Quando per un paio di dischi degli ABBA o degli Iron Maiden si era (si è) costretti a servirsi al mercato nero rischiando il carcere. Quando gli oppositori del regime venivano (e vengono) ammazzati, non “semplicemente” detenuti come sotto la precedente dittatura. Quando insomma non c’era (e non c’è) libertà, e per poter respirare, fumarsi un pacchetto di sigarette americane o uscire la sera cogli amici era possibile farlo solo andando in esilio. Questo è ‘Persepolis’ una fotografia in bianco e nero di una donna che ora vive in Francia (e qui invece i colori ci sono, e sono vividi, perché l’Occidente, volenti o nolenti, è la terra della libertà) e che rimpiange mestamente il dono più prezioso che ci sia, la libertà che il suo popolo ha ormai quasi del tutto dimenticato.,Simone Fortunato