La scomparsa, il 26 maggio scorso, di Toni Bertorelli è passata un po’ nel dimenticatoio. I giornali lo hanno in genere ricordato con brevi news, immortalandolo nell’ultimo ruolo: quello di un cardinale in The Young Pope, serie tv diretta da Paolo Sorrentino. Ma la carriera di Bertorelli, attore dalla classe smisurata per quanto poco noto al grande pubblico, merita almeno un ricordo meno frettoloso. Nato nel 1948 a Barge (Cuneo), debutta a teatro a poco più di vent’anni, spaziando dal teatro classico a quello moderno. Ed è a teatro che ottiene consensi e soddisfazioni, pur alternandogli anche partecipazioni a film per il cinema e a sceneggiati tv. Alla fine degli anni 90 inizia a raccogliere quanto seminato: a teatro, dove debutta anche alla regia, vince il premio Ubu per la sua interpretazione da non protagonista ne Il tartufo di Molière; al cinema dove, dopo due partecipazioni a film importanti come Morte di un matematico napoletano di Mario Martone (1992) e Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana (1995), inizia un sodalizio con Marco Bellocchio, che gli affida personaggi duri, ambigui, respingenti: dal militare de Il principe di Homburg (1996), che lo rivela finalmente alla critica cinematografica , e i successivi L’ora di religione (2001) e il più recente Sangue del mio sangue (2015), l’ultimo suo film.

Bertorelli, apprezzato dai migliori registi per la capacità di cesellare e rendere indimenticabili anche piccoli ruoli che acquisivano però una decisiva pregnanza, aveva lavorato tra gli altri film a Il partigiano Johnny di Guido Chiesa (2000), La lingua del santo di Carlo Mazzacurati (2000), Zora la vampira dei Manetti Bros (2000), Le parole di mio padre di Francesca Comencini (2001), La stanza del figlio di Nanni Moretti (2001), Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni (2001), La passione di Cristo di Mel Gibson (2004), Romanzo criminale di Michele Placido (2005), Il Caimano ancora con Nanni Moretti (2006), Il sole nero di Krzysztof Zanussi (2007). Sempre personaggi al limite della sgradevolezza, mai però banali grazie alla sua personalità, alla sua capacità di andare a fondo del personaggio stesso. Con il rischio di relegarlo in un ambito stretto, che non gli ha mai permesso di andare oltre una stretta, ma qualificata, cerchia di addetti ai lavori che ne apprezzavano le qualità. Uno dei suoi ultimi film, Latin Lover di Cristina Comencini (2015), se non memorabile in sé ebbe il merito di regalargli uno dei pochi ruoli leggeri: quello del critico cinematografico un po’ dandy, ancora una volta caratterizzato con pochi tocchi.

La vita di Toni Bertorelli, scomparso a 69 anni dopo una breve malattia, fu segnata da una pesante dipendenza dall’alcol, iniziata addirittura a 8 anni a causa della sua sensibilità (anche artistica, precocissima) e fragilità. Che condizionò la sua esistenza e, in seguito, un matrimonio sofferto e violento con una giovane moglie amata e maltrattata al tempo stesso. Raccontò questa dipendenza – e come ne uscì grazie agli Alcolisti Anonimi e alla fede – in un recente libro, Voglio vivere senza di te. Lo ricordiamo con un’intervista toccante a Tv2000, in cui parlava di questo dramma, della sua vita e della sua fede (e in cui si vedeva uno spezzone di La stanza del figlio, in cui mostrava tutta la sua bravura) che trovate alla fine di questo articolo.

Antonio Autieri