Il percorso di Luciano Pavarotti, un artista dell’Opera che ha fatto sentire la propria voce in tutto il mondo: dalle umili origini alla morte nel 2007 per un tumore; il viaggio e i tour da Modena all’America e alla Cina; l’abbraccio sotto la pioggia con Lady Diana, la nascita dei Tre Tenori (con Placido Domingo e José Carreras) e i concerti di beneficenza; le interviste alla prima moglie, alle figlie adulte, a colleghi artisti e collaboratori come il cantante Bono; il racconto di alcune amanti e lo scandalo delle seconde nozze. E ancora passioni, affetti e aneddoti su una figura che si è fatta amare e ha fatto molto parlare di sé.

Ron Howard, regista di biopic come A Beautiful Mind, Apollo 13 e Rush, realizza con Pavarotti presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019 – il suo terzo documentario dedicato a una stella della musica (dopo The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years e Made in America). Lo sguardo del regista americano è accogliente e si mette alla portata di tutti, amanti oppure digiuni del mondo dell’Opera: l’intervista agli artisti sintetizza, con semplicità e chiarezza, cosa significhi essere un tenore e riuscire a dare vita e leggerezza a una voce di per sé innaturale e non sempre domabile. Belle anche le transizioni in stile art nouveau, con una breve sintesi delle Opere principali ad anticipare i filmati: una scelta che permette di non dare per scontato il legame tra il tenore e i personaggi interpretati.

Il regista per primo è riuscito a realizzare lunghe interviste ai famigliari del tenore, finora restii a partecipare a questo genere di progetto; la seconda moglie, in particolare, ha collaborato mettendo a disposizione filmati inediti. L’obiettivo di Ron Howard è quello di svelare Pavarotti nella sua interezza, come indica il titolo stesso del documentario: non viene adottato un taglio di indagine particolare e si cerca di presentare ogni aspetto dell’artista e dell’uomo. Alcune scelte, però, si son rese necessarie, specialmente per ragioni di lunghezza (quasi due ore complessive): ad esempio viene eliminata la parte relativa all’accusa di evasione fiscale. Manca inoltre una voce narrante, sostituita da quelle degli intervistati e dalle parole di Luciano stesso, prese da diversi talk show.

La mancanza di una vera e propria selezione, tuttavia, si fa sentire: nella paura di tralasciare qualcosa, le esperienze dell’artista sono raccontate senza un vero approfondimento: è proprio la figura di un uomo che ha suscitato ammirazione (e non solo) in tutto il mondo a rimanere contraddittoria e sfuggente, affidata a immagini e dichiarazioni non facili da raccordare tra loro.Il punto debole del documentario è proprio la storia dei rapporti con la moglie, le amanti, le figlie: della separazione e del secondo matrimonio viene raccontato l’impatto sull’opinione pubblica (con anche stralci di interviste ai passanti) ma non sulla vita dei diretti interessati. Il rischio è allora di percepire uno scollamento tra le affermazioni di Pavarotti – anche molto belle – e il filo di quanto viene mostrato.

La ricchezza di materiali costituisce allora il pregio e il difetto di questo documentario, che certamente ha un valore informativo e presenta spunti interessanti e memorabili: l’intervista a Bono, il quale si è convinto a collaborare con il tenore perché quest’ultimo tampinava la sua segretaria con estrema dedizione. Così come il racconto delle figlie che, ancora bambine, scambiavano il papà per un ladro nella notte; sempre in viaggio e armato di valigia, con barbe finte e travestimenti.

Roberta Breda