È probabile che, visto il successo mondiale di “Apocalypto”, molti produttori preparino saghe sui nativi che ancora non sono stati raggiunti dalla civiltà occidentale. Ed è altrettanto probabile che restino, come “Pathfinder” ben lontani dai risultati raggiunti da Mel Gibson. Protagonista della vicenda è un bambino, giudicato codardo dai capi della spedizione vichinga in quanto non vuole uccidere e pertanto abbandonato in America. Trovato dalla moglie del capo di una tribù locale, viene salvato e adottato, fino a diventare un valente guerriero (impersonato da Karl Urban, già Eomer nel “Signore degli Anelli”), anche se guardato con sospetto dai suoi coetanei, in quanto di diverso aspetto. L’arrivo di un’altra spedizione che si appresta a sterminare e razziare fa sì che il guerriero possa finalmente scegliere il suo destino. Il film è girato con toni cupi, quasi prevalentemente monocromatici, in un ambiente freddo e oscuro. Ad accentuare il clima di paura sono i costumi dei vichinghi, che abbondano in metallo, corna e resti animali, facendo assomigliare i guerrieri europei più agli orchi del Signore degli Anelli che a dei pirati nordici (particolare curioso, i vichinghi si esprimono in un gutturale islandese, gli indiani in perfetto italiano). Il film trabocca di scene di violenza, sangue e mutilazioni: i vichinghi, a differenza degli indiani, hanno le spade e sembra le usino solo per tagliare teste e braccia. Ciò nonostante, il film risulta noioso, anche perché oltre all’inseguimento dei barbari cattivi sui buoni nativi, non resta molto, se non l'ostentato torace muscoloso del protagonista.,Beppe Musicco