Un film intitolato Paterson ambientato a Paterson (città a venti minuti da New York), con un protagonista che si chiama Paterson. E che scrive poesie che si ispirano a William Carlos Williams, poeta di Paterson autore della raccolta intitolata “Paterson”… Solo Jim Jarmusch, probabilmente, poteva osare tanto. Eppure il film è tutt’altro che cerebrale, anzi è di una semplicità quasi candida – ma affatto banale – nel mostrare la vita routinaria di un conducente di autobus che si diletta a scrivere poesie, frutto dell’osservazione del mondo e delle persone che lo circondano. E del suo amore per la moglie Laura, dalle passioni volubili e cangianti ma deliziosa (e che porta un tocco di follia ma anche a suo modo di paradossale stile nella loro vita).

Il film è scandito dal tempo – una settimana, segnalata giorno per giorno – e dalle poesie che scrive il protagonista su un suo taccuino. La moglie lo incalza perché le faccia conoscere al mondo, perché le ritiene bellissime, o quanto meno che inizi a salvarle fotocopiandole; lui si schermisce e rimanda. E quando sembrerà rassegnato a chiudere questa piccola finestra sul mondo, che lo spinge a vedere e ascoltare con attenzione quel che avviene attorno a lui e a tradurlo in immagini liriche, un incontro inaspettato gli darà forse un nuovo impulso.

Paterson è uno di quei personaggi da cinema candidi e positivi: guarda con bonarietà il collega sempre lamentoso, ama la moglie anche nelle sue manie, sa dire o fare la cosa giusta – o almeno ci prova – quando si trova davanti a persone in difficoltà (come al pub, meta serale ricorrente) o semplicemente bisognose di ascolto. Soprattutto osserva chi o cosa gli sta attorno, si ferma a guardare il mondo. Non vive sulla luna: e infatti alla fine un episodio banale ma per lui terribile, causato dal bulldog di casa (che lui non sopporta ma che è costretto spesso a portare in giro), lo manda in crisi. Fino a rischiare di bloccare l’ispirazione poetica e la sua apertura curiosa al mondo.

Un film fatto di poco, quasi pochissimo: non succede molto, tutto sembra uguale nella ripetitività di una vita semplice e tranquilla, seppur non manchino i possibili punti di rottura (l’incontro un po’ minaccioso con una specie di gang, il gesto sconsiderato di un uomo abbandonato dalla moglie). È sicuramente un’opera che si rivolge a chi apprezza un minimalismo narrativo e di stile, sicuramente non per grandi platee; e forse Jarmusch si fida troppo nel riproporre certi canoni che andavano in voga all’inizio del suo percorso cinematografico (i meno giovani ricorderanno Daunbailò, con la coppia Benigni-Braschi). Ma è un film piacevole, che si prende i suoi tempi e si rivolge a chi non si arrende alla frenesie. Anche ironico nel dipingere un protagonista volutamente alieno da certi atteggiamenti moderni (non vuole il cellulare, ma poi quando ne avrà bisogno dovrà chiederlo a una bambina…). E interessante nel mostrare i meccanismi della creazione e del rapporto tra vita e scrittura.

Nel fascino discreto di questo piccolo film ci sono sicuramente la prova di Adam Driver, sempre più bravo (diventato noto al grande pubblico con il capitolo VII di Star Wars, nei panni del sinistro Kylo Ren; ma si fece apprezzare già prima in vari film americani indipendenti e anche in Hungry Hearts del “nostro” Saverio Costanzo), e della deliziosa Golshifteh Farahani, attrice iraniana ormai di caratura internazionale. Ma c’è anche la città di Paterson, ignota ai più eppure non così trascurabile: vi nacque il comico Lou Costello (metà della coppia Abbott e Costello, in Italia Gianni e Pinotto), vi vissero gli scrittori William Carlos Williams e Allan Ginsberg, vi soggiornò l’anarchico Gaetano Bresci, e qui visse e fu accusato di omicidio il pugile Rubin Carter detto “Hurricane”. Ora, per la sua fama, avrà un piccolo posto anche questo film gentile e sensibile.

Antonio Autieri