Siamo lontani dai toni scanzonati de L’appartamento spagnolo, film generazionale sul tema degli “Erasmus” universitari. Questa volta il regista Cédric Klapisch abbandona il respiro internazionale e ritorna a casa, nella sua Parigi. Proprio qui ambienta la storia di Pierre (ancora una volta interpretato da Romain Duris), ballerino del Moulin Rouge che rischia di morire per una malformazione del cuore. La sua vita è appesa ad un filo. Costretto ad abbandonare il lavoro, si ritira nel suo appartamento e sbircia il mondo dalla finestra. Inutile dire che si inizierà ad affezionare agli strani personaggi che popolano il quartiere, oltre a riscoprire il rapporto con la sorella maggiore (Juliette Binoche). Sospesa ad un filo, proprio come la vita di Pierre, è la narrazione del film che procede gemmando varie sottotrame legate ai personaggi minori: Roland, il professore innamorato della sua studentessa, e suo fratello Philippe, architetto in carriera che sta per diventare papà; i venditori di frutta e verdura del mercato che iniziano a frequentare la sorella di Pierre, la panettaia parigina che cerca un’aiutante e dovrà ricredersi sul razzismo… Questa è Parigi, tra i monumenti storici e i nuovi quartieri in costruzioni, tra le gioie di sempre e le antiche malinconie, tutti si muovono in una città multistrato che raramente sa trovare spazi di umanità. Già perché il film di Klapisch pecca proprio nel leggero cinismo che lega ogni storia, ferma ogni personaggio, veicola ogni giudizio: siamo in una metropoli dove le persone sono interessate soltanto a se stesse, come la modella che illude –intendiamoci senza alcuna cattiveria, soltanto per civetteria- il giovane Benoit, che dal Camerun attraversa l’Africa per arrivare in Francia credendo in una sua promessa, veramente poco affidabile. E tutte le piccole cattiverie, gli egoismi, i mancati abbracci sembrano scorrere via, allontanati dalla meraviglia di Parigi. Ma una città può consolare veramente l’uomo?,Daniela Persico