Chi mastica un po’ di cinema non può non interrogarsi sul motivo che spinge Hollywood a rifare un film molto famoso, con due mostri sacri come Dustin Hoffman e Steve McQueen, usando attori ancora poco conosciuti come Charlie Hunnam (King Arthur, Pacific Rim) e Rami Malek, noto soprattutto per la serie tv Mr. Robot. Il film diretto da Franklin Schaffner nel 1973, costruito sulle memorie di Henry Charrière detto Papillon a causa della farfalla tatuata sul torace e sceneggiato da Dalton Trumbo, raccontava di due condannati all’ergastolo – uno per omicidio, anche se si dichiarava innocente; l’altro per una colossale truffa basata su buoni del Tesoro falsi – che cercavano di fuggire dalla colonia penale della Guyana francese. Aveva alcuni evidenti difetti, dovuti principalmente al fatto che la presenza di due grandi attori in evidente competizione fra loro andasse a scapito della vicenda, ma era comunque un grande sfoggio di recitazione, ambienti, caratterizzazioni, che in parte giustificavano anche le due ore e mezza del film.

Al film del danese Michael Noer manca purtroppo la verve che permetteva agli spettatori del tempo di immedesimarsi nella vicenda ambientata nelle tremende carceri francesi d’oltreoceano, nella pervicacia con la quale McQueen studiava sempre nuovi piani per evadere (ricalcando, per certi versi, il personaggio che aveva interpretato nel ’63 per La grande fuga), nell’innocenza di un personaggio come Louis Dega, astuto falsario ma totalmente disarmato di fronte all’ambiente della galera e ancora di più alle condizioni dell’Isola del Diavolo, dove finì dopo il tentativo di fuggire.

Nonostante si basi sulla stessa sceneggiatura di Trumbo, la versione odierna – dove si trova in un ruolo marginale anche Eve Hewson, figlia di Bono Vox – si lascia vedere senza entusiasmo, più che altro nell’attesa che finalmente la fuga riesca, visto che tutto quello che succede lascia scarsa traccia, anche a causa di una debolezza nell’approfondimento psicologico dei personaggi. Papillon si fa due anni chiuso da solo al buio e quando esce dall’isolamento ha solo la barba più lunga e i vestiti più larghi; Dega è talmente inetto che è spontaneo chiedersi come possa resistere cinque minuti senza Papillon a guardargli le spalle, e così via. Se già il libro di Charrière aveva ai tempi suscitato perplessità sul suo realismo, questa versione di Papillon ne acuisce ancor maggiormente i dubbi.

Beppe Musicco