Fotografo d’arte prestato alla moda, Finn Gilbert conduce una vita di successo dal punto di vista professionale ma irrisolta dal punto di vista personale. Inquieto, tormentato dall’insonnia o – quando riesce a dormire – da inquietanti incubi, decide di seguire un’intuizione e, dalla Germania, si reca a Palermo alla ricerca di se stesso. Nel capoluogo siciliano, incontra una bella restauratrice che le fa da guida e sfugge più volte a una misteriosa figura incappucciata che sembra volerlo uccidere. Dove finisce il sogno e dove inizia la realtà?,Il nome Palermo viene da Pan Ormos – ci dice uno dei personaggi – che vuol dire “grande porto”, “madre di tutti i porti”. La città, per l’autore (come già furono le capitali tedesca e portoghese ne Il cielo sopra Berlino e in Lisbon Story), è appunto un porto, cioè non tanto un luogo quanto un “non luogo”, un crocevia in cui storie, vite, immagini, sogni, sguardi e suggestioni passano lasciando traccia in ragione della loro transitorietà (così come in Lisbon Story si dice che testimone delle vite non sia la città ma il fiume che la attraversa). Protagonista di Palermo Shooting, infatti, non è il luogo ma il tempo. In una Palermo ritratta “a scatti”, alternando lampi di buio a improvvise schiarite, a farla da padrone è il tempo che passa, l’immagine-movimento, “la morte al lavoro” (celeberrima definizione del cinema di Jean Cocteau). Proprio il cinema, la fotografia, e la città stessa – con le sue cripte piene di teschi, gli scaffali polverosi delle biblioteche, gli affreschi lacerati e bisognosi di restauro – sono tutti testimoni del trascorrere del tempo e del volgere della vita verso il crepuscolo. Anche la morte, in un omaggio non riuscitissimo a Bergman e al Settimo sigillo, prende corpo alla fine del film chiedendo letteralmente il suo spazio (e, come in Bergman, anche qui è interpretata da un uomo, giacché in tedesco e in svedese è maschile, “il Morte”). Inaspettatamente, dialogando sui massimi sistemi, al protestante Wenders riesce qui un exploit escatologico che quasi ricorda il Cantico delle creature: la morte è vista come benevola, come la sorella maggiore della nascita, come rito di passaggio misterioso ma luminoso verso una vita smisuratamente più grande. Vincendo la paura di morire, il protagonista tribolato vince così anche la paura di vivere e – come il cinema e la fotografia dovrebbero insegnare e come gli dice la provvidenziale Beatrice che ha incontrato per strada – può iniziare a credere innanzitutto alle cose che non si vedono: “Dio, la vita, l’amore”.,Al centro della riflessione di Wenders, che scrive il film con Norman Ohler, c’è ancora una volta il tema della percezione e dello sguardo. L’impressione è che il cineasta abbia voglia di dire cose importanti che non possano trascendere il suo amore per il cinema e per le immagini. Perfino nel dialogo tra il protagonista e la morte (una lunga scena molto parlata che rischia il sublime quanto il ridicolo), viene dichiarato apertamente l’amore per il cinema; più esattamente, per la natura del cinema, quella dell’immagine come “impressione”, come “sindone”. Non è un caso che i titoli di testa e di coda siano impressi sul negativo di una pellicola: le immagini analogiche, infatti, erano nel secolo scorso le vere testimoni della verità. Quelle digitali, che non hanno un negativo – quindi un riscontro, una controprova, un contrappeso – possono essere costruite ex novo, ed essere pertanto menzognere per costituzione.,Il fatto che a questo discorso sulla rappresentazione del reale s’intreccino riflessioni sul destino dell’uomo – e sulla possibilità di ognuno di naufragare nel tempo o ancorarsi a esso – è senz’altro interessante. La sensazione, però, è che Wenders abbia già svolto gli stessi temi, in altri film, in maniera più compiuta e che il suo cinema – come quello di altri autori che sono stati grandi negli anni Ottanta e Novanta – stia invecchiando male, incastrato in questa già sentita dichiarazione d’amore, come un vecchio disco di vinile con troppi graffi. Che la trama, la verisimiglianza e il nesso tra cause ed effetti non siano mai state le priorità di Wenders, è cosa nota. Ma questo sogno a lieto fine, che si conclude nel giallo paglierino del sole siciliano e negli occhi stupendi di Giovanna Mezzogiorno, potrebbe essere, nonostante tutto, di quelli che svaniscono all’alba.,In concorso al Festival di Cannes del 2008, Palermo Shooting è dedicato alla memoria di Ingmar Bergman e di Michelangelo Antonioni, deceduti lo stesso giorno, il 30 luglio 2007, mentre Wenders era impegnato nelle riprese.,Raffaele Chiarulli,