Incontriamo il protagonista don Fabijan, o quello che un tempo era don Fabijan, nella stanza di un ospedale (psichiatrico?), tormentato dal pianto di neonati immaginari. Compare un giovane prete che insiste affinché egli si confessi, ed è così che l’uomo inizia a raccontare la propria storia.

Sacerdote di fresca ordinazione, Fabijan è inviato in un’isoletta della Dalmazia: qui serve come curato e in seguito parroco, ma il suo ruolo è totalmente oscurato dalla presenza dell’anziano sacerdote don Jacov, attivo in diversi ambiti e amatissimo dalla comunità. Nell’isola c’è un problema, però, che nemmeno Jacov riesce a risolvere: il bassissimo tasso di natalità. I fedeli diminuiscono e la maggior parte degli abitanti del paese (cattolici e non) non vuole avere figli e ricorre alla contraccezione. Fabijan ha un’illuminazione: perché non bucare i profilattici che bloccano la crescita della popolazione e fanno vivere le coppie nel peccato? L’edicolante e il farmacista dell’isola aiutano il prete ad attuare il suo piano, che avrà conseguenze sempre più drammatiche e incontrollabili.

Lo spirito del film è naturalmente grottesco, e la prima parte in particolare regala momenti molto divertenti (come il grafico delle abitudini sessuali degli isolani con relative descrizioni, o la “sfilata” dei clienti in edicola e in farmacia), anche grazie a una regia dinamica e accattivante, in linea col tono della commedia. Ma nella seconda parte inevitabilmente i nodi vengono al pettine per il prete e i suoi compari, e dal punto di vista registico è necessario andare oltre l’aspetto comico della vicenda. Infatti, come prevedibile, gli esiti delle azioni di don Fabijan non sono quelli che lui sperava e la storia prende una piega più che drammatica, tragica. Ed è a questo punto che purtroppo il film si perde un po’.

Il susseguirsi di eventi tragici accresce la speranza di imbattersi in un personaggio che faccia da “contraltare morale” al protagonista; speranza che viene continuamente, cinicamente distrutta, fino all’amaro finale a sorpresa. Si penserebbe che lo “scandalo” della storia si consumi nel personaggio di don Fabijan, ma così non è, perché la vera tragedia emerge addirittura al di là della vicenda principale, in quella che si credeva essere la figura più positiva del film.

Il regista Vinko Bresan sostiene che bersaglio della pellicola non sono la Chiesa cattolica o la religione», bensì «le colpe umane», che solo casualmente qui si identificano con la Chiesa. È ciò che traspare dal sopracitato spirito grottesco che dà vita al film. Ma quando, forse con troppa leggerezza, entrano in gioco argomenti come pedofilia e omertà, la denuncia riguarda di fatto più l’istituzione ecclesiastica (in particolare l’inviolabilità del segreto confessionale) che gli uomini che ne fanno parte. La parabola di Fabijan è quella di un eroe tragico autore delle proprie disgrazie e la Confessione raccontata dal film somiglia più all’antica catarsi del teatro greco, un monologo autoassolutorio. Tuttavia, l’ultima ambigua scena che vede protagonista il prete potrebbe fare riferimento a un perdono divino (o quantomeno del regista) per lui. Ma per la Chiesa in generale, sembra suggerire la storia, non c’è speranza.

Maria Triberti