Doveva essere l’edizione del ritorno alla normalità, dei premi in presenza, della lenta uscita dall’emergenza sanitaria. Invece, il 27 marzo la notte degli Oscar si è tenuta in pieno clima di guerra. E anche se Paolo Sorrentino, intervistato subito dopo la cerimonia dove era candidato con È stata la mano di Dio, ha sottolineato con rammarico come all’interno del Dolby Theatre di Los Angeles non si sentisse molto la preoccupazione per il dramma dell’Ucraina, non c’è dubbio che da questa parte dell’Oceano l’attesa per i vincitori si sia vissuta meno emotivamente del solito.

Il film più quotato era Il potere del cane di Jane Campion, forte delle sue dodici candidature; prodotto da Netflix, era dato per favorito alla vigilia della cerimonia. Un po’ a sorpresa, invece, come miglior film è stato premiato CODA – I segni del cuore. Il lungometraggio di Sian Heder tocca le corde sentimentali giuste raccontando la storia di una famiglia di sordomuti in cui solo la figlia maggiore è udente e deve lottare per affermare sé stessa, superando le difficoltà del proprio contesto familiare. Il problema del premio a CODA è che si tratta del remake del riuscito film francese La famiglia Bélier; non aggiunge niente di nuovo alla storia, non sorprende. Un premio che sembra attribuito dai giurati dell’Academy Award più in nome delle regole attuali dell’inclusione, della lotta ai pregiudizi e alle discriminazioni che per il valore effettivo del film (che ha vinto anche per il miglior attore non protagonista e per la sceneggiatura non originale). A nostro avviso avrebbero meritato maggiormente l’ambita statuetta di miglior film il western psicologico della Campion, la delicata storia di amicizia-amore raccontata da Paul Thomas Anderson in Licorize Pizza ambientata negli anni ’70 o il biografico Belfast di Kenneth Branagh (premiato comunque per la miglior sceneggiatura originale) che ha raccontato della sua infanzia nell’Irlanda del Nord durante le tensioni sociali e religiose a fine anni 60 e del sorgere della passione travolgente per il cinema. Aggiungiamo anche Don’t Look Up di Adam McKay (anche questo prodotto da Netflix), unico film tra quelli candidati a interrogarci sulla contemporaneità, le sue emergenze e i suoi eccessi.

Venendo agli altri premi principali, ci sembra meritato il riconoscimento ottenuto da Jane Campion per la regia de Il potere del cane, in cui ha dimostrato tutta la sua abilità tecnica e di direzione degli attori. A un anno di distanza da Nomadland, è quindi un’altra donna a vincere in questa categoria dominata storicamente dai registi uomini. Non ci convince la lettura secondo la quale questa edizione degli Oscar abbia visto i giurati ridimensionare Netflix. Vero che Il potere del cane era in gara in dodici categorie e si è aggiudicato un solo, ma importante, premio e che nessun riconoscimento è andato a Don’t Lok Up, ma Netflix è ormai membro effettivo dell’Mpaa, la potente associazione degli studios americani, e riconosciuto a tutti gli effetti come uno dei più importanti produttori mondiali. Ci sembra, inoltre, che in questi ultimi due anni, complice anche la pandemia che ha cambiato le nostre abitudini, lo scontro frontale tra piattaforme e grande schermo si sia un po’ ridimensionato.

Sul lato degli attori e delle attrici, niente da obiettare. Will Smith si è calato molto bene e con convinzione nei panni del padre delle tenniste Venus e Serena Williams in Una famiglia vincente – King Richard e Jessica Chastain è stata perfetta nel rendere psicologia, solitudine e fede della protagonista de Gli occhi di Tammy Faye. Due premi andati a film biografici. Passando ai non protagonisti, sono state sicuramente degne di nota le performance di Ana DeBose in West Side Story e di Troy Kotsur ne I segni del cuore, secondo Oscar assegnato a un attore sordomuto dopo quello vinto trentacinque anni fa da Marlee Matlin in Figli di un Dio minore (anche lei presente nel film vincitore: è la madre della protagonista).

Quando l’animazione riesce a unire musica, colori e storie dal valore universale, facilmente trionfa agli Oscar; ed è quanto accaduto giustamente, ma anche prevedibilmente, al disneyano Encanto. Chiudiamo con l’Italia. La nostra cinematografia poteva contare su tre candidature: Enrico Casarosa per la regia del film di animazione Luca, Massimo Cantini Parrini per i costumi di Cyrano e Paolo Sorrentino per È stata la mano di Dio. Come è noto nessuno ha vinto. Sorrentino non è riuscito nel bis dopo aver trionfato con La grande bellezza; il suo film autobiografico, tributo alla memoria dei genitori e celebrazione del cinema, è stato battuto dal giapponese Drive my Car. Ci sentiamo di dire, però, che il premio vinto da Ryūsuke Hamaguchi (che era candidato anche come miglior film in assoluto), sia più che meritato; la rinascita di un uomo che si riprende lentamente rielaborando il lutto per la morte della moglie è raccontata in modo così sensibile, originale e delicato da conquistare lo spettatore. Un film di piccoli gesti che sa entrare nell’animo di chi lo guarda.

In conclusione, ci si lascia dunque alle spalle un’edizione degli Oscar non eccelsa, mediaticamente dominata dallo schiaffo di Will Smith al presentatore Chris Rock per una battuta offensiva nei riguardi della moglie, ma che può segnare un momento di ripartenza e rilancio per il cinema mondiale.

Stefano Radice

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