OPERAZIONE U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E.)
Usa 2015 – 116′
Genere: Azione
Regia di: Guy Ritchie
Cast principale: Henry Cavill, Armie Hammer, Alicia Vikander, Elizabeth Debicki, Jared Harris, Hugh Grant
Tematiche: guerra fredda, spionaggio, armi nucleari, amicizia, amore, lealtà
Target: da 11 anni

Anni Sessanta. L’agente Cia Napoleon Solo e il suo omologo russo Illya Kuryakin sono costretti a collaborare per impedire che una pericolosa arma nucleare finisca in mano ai nazisti…

Recensione

Tratto da un serie americana di successo negli anni Sessanta (solo quattro anni di messa in onda ma un durevole ricordo e schiere di appassionati innamorati del mix di azione, glamour e commedia), l’ultimo film di Guy Ritchie è la conferma del talento del regista inglese (che firma qui anche la sceneggiatura insieme a Lione Wigram, su collaboratore anche per i due Sherlock Holmes e per il prossimo King Arthur) in particolare per storie di amicizia virile. Quelle in cui – qui ci si arriva dopo un bel po’ visto, che i due agenti preferirebbero darsele di santa ragione piuttosto che collaborare – dove il ritmo dell’azione lascia lo spazio alla battuta e lo stile il ritmo riconoscibilissimi non impediscono di godersi anche una trama semplice ma non banale.
Qui la coppia di spie rivali diventa ben presto un terzetto quando all’americano e al russo si affianca Gaby Teller, figlia di uno scienziato tedesco (che custodisce il segreto di un’arma nucleare all’avanguardia), ma anche meccanica di talento. La bella tedesca (interpretata con ironica convinzione da Alicia Vikander) diventa l’ennesimo pomo della discordia tra i due agenti, si tratti di sceglierle il guardaroba per la missione o di fingersi un fidanzato geloso. Gli elementi tecnici “d’epoca” dall’uso dello split screen usato per enfatizzare l’azione e commentarla in modo ironico alla fotografia ipercolorata, si combinano con un gusto tutto postmoderno per il rimescolamento della trama e i flashback, che vivacizza un plot che non si prende troppo sul serio anche quando mette in scena un nazista pazzo amante delle torture.
Oltre agli spunti della serie originale (di cui la pellicola, per altro, costruisce una origin story più che un remake, visto che l’U.N.C.L.E. compare solo nei titoli di coda), nel film di Ritchie c’è anche il James Bond sciupafemmine degli anni Sessanta, i cattivi sopra le righe, l’Italia pittoresca e la Roma barocca e stilosa di Fellini (ilare la scena a Piazza di Spagna, con Kuryakin che cerca di dimostrare che la famosa scalinata è opera di un russo misconosciuto). Il mix degli elementi riesce benissimo e il tono costantemente ironico delle situazioni non impedisce di affezionarsi ai personaggi, si tratti dell’umorismo e del fascino alla Cary Grant di Solo (impeccabile anche cinque minuti dopo la tortura) o degli scatti di follia del monolitico Kuryakin.
La Guerra Fredda c’è, dalla prima rocambolesca fuga da Berlino Est, ai discorsi di Kennedy, fino ai gadget avveniristici ma rigorosamente retro. E c’è anche il gioco metacinematografico, la leggerezza di un girotondo di spie meno impegnativo e pessimista di quelli contemporanei, il piacere di una buddy comedy con due maschi alpha piacevolmente anacronistici, accompagnati da una damigella niente affatto passiva. Insomma uno di quei guilty pleasures senza impegno e senza rimorsi, che lascia la voglia di un altro episodio.

Laura Cotta Ramosino