Dublino, giorni nostri. La fidanzata l’ha lasciato. Lui ha il cuore a pezzi e, mentre aiuta il padre in un piccolo negozio di aspirapolveri, coltiva il sogno di incidere un disco con le sue (bellissime) canzoni. Lei viene dalla Repubblica Ceca, vive in un quartiere di periferia con la madre e la figlia di pochi anni, e, mentre suona un po’ di pianoforte, pensa al marito che tempo prima l’ha piantata. Si incontrano per caso in una via del centro della città – lui suona e canta per strada (di giorno canta canzoni celebri, la sera quelle scritte da lui), sperando in qualche offerta; lei fa la donna delle pulizie e vende fiori per la strada – una sera quando la ragazza straniera, dal dolce sorriso (come ha scritto il grande critico Usa Roger Ebert, «ha quel sorriso speciale che spinge un uomo a voler essere una persona migliore per poterselo meritare»), si commuove a sentire una canzone evidentemente personale, eseguita con trasporto, che parla con tristezza del suo amore finito. E sempre grazie alla musica continuerà la loro amicizia, che forse a un certo punto potrebbe diventare amore; musica che li spinge a trovare la forza per guardare dentro se stessi e a credere in un cambiamento possibile.

Once è un piccolo, anzi, piccolissimo film indipendente irlandese, girato con un budget ridotto (eppure magnificato da gente come Steven Spielberg, che l’ha molto sponsorizzato negli Usa, e Bob Dylan) e con attori esordienti “prestati al cinema” (il protagonista, Glen Hansard, è un famoso cantante irlandese, leader del gruppo “The Frames” e già apparso nel film “The Commitments”, mentre la giovane pianista Marketa Irglova è al suo primo film), ambientato in un contesto di apparente mediocrità, sia nei luoghi (la periferia di Dublino, il piccolo e buio negozio di elettrodomestici, la casa popolare dove vive la ragazza), che nei personaggi (il ragazzo trasandato e distrutto dal dolore per aver perso la ragazza amata e che coltiva un sogno apparentemente irraggiungibile, la ragazza prigioniera nella sua condizione di immigrata alla continua ricerca di un lavoro sicuro e di un futuro sereno per sua figlia). Allo stesso tempo, Once è in realtà un grande film. Che sarebbe un peccato perdere.

Al centro della storia sono persone semplici al limite della povertà, sulle quali nessuno scommetterebbe un soldo (si pensi ai tre musicisti che il protagonista raccoglie letteralmente dalla strada per incidere il suo disco; o al padre di lui, sempre silenzioso, che alla fine lo spinge a cercare fortuna lontano da casa), ma che ci toccano il cuore. E per farci entrare in contatto reale con loro il regista si serve della musica, che in questo caso, oltre ad essere notevolissima sia dal punto di vista dei testi (scritti veramente dal protagonista: spicca tra tutte la canzone “Falling Slowly”, che i protagonisti eseguono all’interno del negozio di strumenti musicali in quella che è probabilmente la scena più bella del film e che ha vinto il premio Oscar) che delle musiche (incredibile come la più scassata delle chitarre possa produrre armonie tanto avvolgenti), assurge ad una dimensione più elevata, distante da una semplice “colonna sonora”. Il regista infatti, che pure non gira un musical (o almeno, un musical molto sui generis), sceglie la musica come elemento comunicativo principe dell’opera, più incisivo e decisivo di ogni dialogo contenuto in sceneggiatura. Sono le canzoni che parlano dei protagonisti: lo spettatore capisce meglio i loro sentimenti, ascoltando le canzoni (puntualmente sottotitolate) che da loro vengono cantate piuttosto che dai dialoghi che si scambiano: quei versi, a volte malinconici e tristi a volte sarcastici, sostituiscono parole che non si riescono a dire altrimenti.

Adoperando uno stile estremamente asciutto e basato sulle regole più classiche del cinema d’autore (primi piani, silenzi accompagnati da sguardi intensi e prolungati, sintesi perfetta tra immagini e musiche), il regista John Carney, dal punto di vista emotivo, sa dove colpire lo spettatore con momenti di struggente malinconia (in questo senso è superlativa la scena in cui il protagonista canta una delle sue canzoni, “Lies”, mentre sul monitor di un computer scorrono le immagini della ex fidanzata che gli ha spezzato il cuore), alternando attimi di tristezza in cui la speranza sembra non trovare spazio ad altri in cui, quasi, si gioisce per i protagonisti e per quanto sanno essere “veri”.,Un film piccolo ma grande nella sua disarmante semplicità, come la vita che vuole – e riesce – a raccontare. Semplicità che prende il volo nello splendido e sorprendente finale, in un’ultima inquadratura che sarà davvero difficile da dimenticare. Che dà il senso di un film dove, per una volta, un sentimento non porta a un’avventura «senza seguito» ma a aiutare due persone che si stavano perdendo a ripartire, ritrovando, anche con un po’ di sofferenza e sacrificio, la propria strada.

Francesco Tremolada