A tutti i lettori di Agatha Christie: Omicidio nel West End è fatto per voi (ma anche per tutti gli altri). Ambientato nella Londra degli anni 50 e incentrato su uno dei suoi racconti di massimo successo, Trappola per topi, la commedia molto britannica di Tom George dimostra tutto il suo affetto per la scrittrice (svolgendo parte della trama anche letteralmente anche a casa sua).

Omicidio nel West End dura poco più di 90 minuti e non perde tempo a preparare i suoi personaggi o a introdurre lentamente il suo tono scioccherello e satirico. Adrien Brody interpreta il cinico regista Leo Köpernick, che inconsapevolmente racconta il percorso verso la propria morte: è stato ingaggiato per dirigere un adattamento cinematografico di uno dei più noti racconti della giallista britannica, Trappola per topi, che ha appena festeggiato la sua centesima replica in un teatro del West End londinese. Köpernick descrive la formula del mistero alla lettera: stabilisci l’ambientazione, i personaggi e le loro relazioni; quindi fai uccidere la persona più sgradevole dalla persona meno probabile. Sfortunatamente per Leo, lui è oltremodo antipatico, infatti viene ucciso e poi scaricato appositamente sul palco del teatro affinché tutti lo vedano. Leo ha anche inserito tra i personaggi un detective stanco del mondo e, naturalmente, questi si presenta. Sam Rockwell interpreta l’investigatore Stoppard come se fosse stato clonato direttamente dal Sam Spade di Humphrey Bogart. Viene coinvolto nel caso, insieme al novellino agente Stalker, interpretato dalla stupenda Saoirse Ronan, che fornisce innocenza e ostinazione a un personaggio fatto apposta per bilanciare Stoppard (che ovviamente, è anche un vecchio ubriacone).  Sam Rockwell e Saoirse Ronan hanno una bizzarra chimica (totalmente platonica) nei panni degli agenti inquirenti: l’ispettore trasandato e il suo assistente troppo impaziente dal buffo berretto a visiera (ma le sue intuizioni, come ogni buon detective che si rispetti, a volte sono accurate e ha anche molte battute divertenti).

Dato che Köpernick non piaceva a nessuno, l’elenco dei possibili assassini è lungo, e ognuno dei sospettati sembra più stordito del precedente: come lo sceneggiatore di David Oyelowo, la produttrice testarda (Ruth Wilson), o Harris Dickinson e Pearl Chanda che interpretano le star del cinema inglese che nella vita reale erano proprio Richard Attenborough e Sheila Sim. Insieme a Reece Shearsmith nei panni del famoso produttore John Woolf, ogni performance trasmette un senso di divertimento e spensieratezza che ben si adatta al tono del film. Ma la migliore è sempre la Ronan, già una delle migliori attrici drammatiche sulla piazza (come non ricordarla in Lady Bird o in Brooklyn) che qui sfodera un’inaspettata vena spiritosa e illumina ogni scena in cui compare.

C’è una sorta di divertente stupidità e una simpatica presa in giro del mondo del teatro in Omicidio nel West End, giocata con gusto sull’artificialità di tutto l’ambiente. Flashback, tagli trasversali e altri trucchi stilistici aumentano le qualità narrative, conferendogli un aspetto moderno, simile alla Cena con delitto di Rian Johnson. Tutti gli stereotipi della “detective story” sono al centro di una sceneggiatura che ne abbraccia in pieno le convenzioni: ne esce così un film dalla satira leggera, dalla suspense ancora più leggera, ma un cast perfetto e un gruppo eccentrico di sospetti valgono decisamente l’impegno e i soldi del biglietto. La commedia ha una superficialità (che ai più appassionati ricorderà i toni di Wes Anderson), e il fosco disincanto di Rockwell contrasta piacevolmente con l’idealismo stravagante della Ronan. Se paragonato alla micidiale serietà voluta da Kenneth Branagh nei suoi adattamenti su Poirot,  il  più grande punto di forza di Omicidio nel West End è proprio il suo leggero e sfacciato “sense of humour”.

Beppe Musicco