Secondo film scritto e diretto da Marcello Macchia, alias Maccio Capatonda. È simile come operazione all’esordio, il divertente Italiano medio ed è altrettanto gustoso. Tutto giocato su momenti surreali, giochi assurdi di parole, con una spalla formidabile come lo stralunato Herbert Ballerina, il film di Maccio vive di tante gag riuscite e di un cast di caratteristi perfetti per la parte: oltre a Ballerina ci sono, tra gli altri, un Nino Frassica che si ritaglia il suo solito personaggio naïf e una sorprendente Sabrina Ferilli, nei panni della presentatrice di un programma sulla falsariga di “Chi l’ha visto?”. In realtà il programma, supertrash, si chiama “Chi l’acciso?” e la Ferillona ha un nome che è tutto un programma: signorina Spruzzone.

Al di là dei caratteristi, Omicidio all’italiana convince, e per almeno due terzi è trascinante quanto a ritmo e comicità. Convince per il tono bonario e mai incattivito con cui si prendono in giro provincialismo, ignoranza, il malcostume di tutti noi; e anche per la mancanza di volgarità o di cattivo gusto. Certo, bisogna stare al gioco e affezionarsi a personaggi che ci hanno ricordato, nella caricatura, certe figure fantozziane: dalla contessa benefattrice del piccolo borgo di Acitrullo che però viene chiamata dai sedici ignoranti abitanti di Acitrullo licantropa invece di filantropa e giustamente si offende; al protagonista Piero Peluria che, assieme al fratello Marino, ha appunto la particolarità di essere pieni di peli ovunque. Per non parlare poi del santo patrono del paese, quel San Ceppatoche ha la capacità di far inceppare qualsiasi cosa.

Ecco, il film di Maccio è una cosa così: prende in giro i tic e i cliché del nostro tempo e anche di certo cinema (il tormentone sul desiderio di fuga dei protagonisti in una grande metropoli, Campobasso, deriva anche da lì, da luoghi comuni cinematografici) e lo fa con tempi comici giusti e più di un pizzico di nonsense. Omicidio all’italiana avrebbe senz’altro bisogno di una regia vera e non di un semplice impaginatore dietro le macchina da presa: il film in questo patisce un po’ in una parte centrale meno frizzante. Ma quella tracciata da Maccio è obiettivamente una strada alternativa alla comicità scorretta di Zalone, con cui pure ha tanto da spartire, a partire proprio dalla maschera comica del protagonista e dal senso di un’operazione che è molto meno becera e rozza di quanto appaia.

Simone Fortunato