In Nostalgia Felice Lasco torna a Napoli dopo aver vissuto molti anni in Egitto, per rivedere l’anziana madre che aveva lasciato all’improvviso quando era ancora un ragazzo. Nella sua città si perde tra le pietre delle case e delle chiese del rione Sanità, nelle parole di una lingua che sente estranea, ma che in realtà è la sua. L’uomo sembra rapito da una sorta di fascinazione, e irrompono in lui i ricordi di una vita lontana trascorsa con Oreste, il migliore amico d’infanzia con il quale condivide un segreto.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore napoletano Ermanno Rea, il film di Mario Martone, in concorso a Cannes 2022, è un’opera ricca di sensibilità e spessore, che conferma Martone (già a Venezia con Qui rido io) come un regista dalla raggiunta maturità, riconosciuta in Italia e all’estero.

La storia di Felice (Pierfrancesco Favino), fuggito improvvisamente dalla Napoli del Rione Sanità a quindici anni, prima in Libano, poi in Sudafrica e infine in Egitto, dove ha creato un’impresa di costruzioni e si è sposato, per tornare quarant’anni dopo per assistere l’anziana madre, già di per sé si trasuda sincero sentimento e pathos. Quello di Martone è un cinema ampiamente sensoriale, dove le immagini acquisiscono una dimensione che ne fa percepire le trame: in uno squisito lavoro della macchina da presa, il regista eleva il lontano, la “nostalgia” del suo titolo, e lo trasforma in un atto di pura presenza, di creazione sensibile che indaga la materia dei ricordi e la rende tangibile. Con scene commoventi, come quella in cui il protagonista porta in braccio la madre Teresa (Aurora Quattrocchi) per farle il bagno, in cui Martone evoca un sentimento indescrivibile in cui convivono rispetto, passato, dedizione, cura. O quella in cui lui, da convertito musulmano che rifiuta alcolici, si accorge di aver bevuto il vino che don Luigi (Francesco Di Leva, già protagonista de Il sindaco del rione Sanità, che qui si ispira al reale don Antonio Loffredo) gli ha versato, e non ne rifiuta né il gusto né la memoria. La nostalgia costruisce un ritratto in cui il tempo passato è tanto necessario quanto il presente e il futuro per completare l’identità, e per questo non risente di nessuno di quei luoghi comuni classici in cui l’ieri tende a essere romanticizzato, ma con grande equilibrio coglie il punto in cui tutto il tempo passato è effettivamente passato.

Ma verrà il momento in cui dovrà saldare i debiti pendenti con Oreste (Tommaso Ragno), rivedere sua madre, respirare l’aria della sua infanzia. E scoprire che le cose che aveva lasciato in pezzi quattro decenni fa hanno fatto il loro corso, adattandosi al passare del tempo senza mai, purtroppo, poter essere riparate. Perché Nostalgia sa estrarre dal dolore degli anni quella sensazione di casa: Martone riprende con grande sensibilità il momento in cui ciò che strazia il cuore nella memoria, nel presente, tra oggetti e persone, è tristemente consolante. In una narrazione pacata ma sempre con qualcosa da dire, in cui la contemplazione non cade mai nell’eccesso, Nostalgia ha un grande respiro quando si tratta di ritrarre lo sguardo taciturno con cui si guarda verso ciò che è andato: la malinconia di una vita di fuga instancabile che ha solo bisogno di riscoprire i pezzi perduti per avere un futuro. Mario Martone ha creato, con la sua poesia, un film che rende grandi i ricordi, ponendoli in primo piano nella sua estetica e dando il giusto peso all’etimologia delle parole che compongono il titolo del suo film: nostòs e algos: ritorno, e dolore.

Beppe Musicco

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