Al suo primo film girato completamente fuori dalla Russia, Tarkovskij sceglie di mettere a nudo un suo stato d’animo: la lontananza da casa. Ammanta di un’atmosfera onirica la Toscana rendendola nebbiosa e cupa; ogni squarcio di sole sorprende i protagonisti, risvegliandoli da uno stato d’apparente trance. A che cosa pensa Gorçakov durante il suo viaggio? Che cosa vede? Lontano dalla patria e dai propri cari, l’intellettuale è solo di fronte al fascino di una terra antica e sacra, solo di fronte a una nuova consapevolezza: la condizione di chi appartiene a due terre, a due culture, a due mondi. Da una parte a simbolizzare il passato c’è la figura del musicista settecentesco che, dopo gli studi e i successi in Italia, sceglie di rientrare in patria per nostalgia e lì scopre di non appartenere più a nessun luogo e si suicida. Dall’altra c’è la figura di Domenico, uno di quei “pazzi di Dio” che attraversano il cinema tarkovskiano e la storia del popolo russo. Noncurante delle opinioni altrui, cerca con ostinazione di attraversare le antiche terme mantenendo accesa la fiammella di una candela: il segno di una rinascita che Domenico, testimone dell’ingiustizia del mondo e portatore di un nuovo stile di vita, attende ardentemente. Sarà proprio il suo sacrificio, spettacolare e sconvolgente, a scuotere Gorçakov, uomo d’intelletto e come tale lontano dall’azione, che in un attimo comprende la propria responsabilità. Il suo viaggio in Italia terminerà soltanto con una conciliazione tra le due realtà che ha conosciuto, allegoria affascinante tra ricordo ed eternità.,«Volevo parlare della nostalgia dei russi, cioè di quel particolare e specifico stato d’animo che si crea in noi russi quando siamo lontani dalla patria. I russi sono raramente capaci di cambiare natura e di adattarsi alle nuove condizioni di vita. Tutta la storia dell’emigrazione russa è una testimonianza del fatto che, come dicono in Occidente, “i russi sono cattivi emigranti”: è universalmente nota la loro drammatica refrattarietà all’assimilazione, la loro goffa pesantezza nel tentativo di imitare la vita altrui. Avrei mai potuto supporre girando “Nostalghia” in Italia che lo stato di malinconia soffocante e senza sbocchi che riempie tutto lo spazio dello schermo in questo film sarebbe diventata la sorte della mia vita successiva? Avrei mai potuto pensare che da allora e fino alla fine dei miei giorni avrei portato in me stesso questa grave malattia?» (Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo, Ubulibri, Milano 1988).,Daniela Persico