Quando Josey torna nel paese d’origine in Minnesota, dopo il fallimento del suo matrimonio, ha bisogno di un lavoro. Lo trova in una miniera dove lavora anche il padre (che è contrario alla sua decisione). Troverà violenza, soprusi, ostilità da parte degli uomini e dei capi. Contro cui deciderà di protestare.

Il classico film di impegno sociale, da un certo punto di vista, stranamente snobbato da una critica “progressista” che spesso sposa tutte le cause di questo tipo, soprattutto sul fronte del lavoro. E qui di mobbing e soprusi sul lavoro, ma anche di discriminazine femminile, si tratta. Ispirata a una storia vera – elemento che a volte insospettisce e indispone, perché vagamente ricattatorio – la vicenda di Josie suona all’inizio improbabile, soprattutto perché a interpretarla è la bellissima e raffinata Charlize Theron; che pure non è nuova a imbruttimenti, come in Monster che le regalò, non a caso, l’Oscar (e anche stavolta ha ricevuto la nomination).

Ma se sul piano del film di denuncia e poi giudiziario il film può parere scontato (richiamandosi comunque a un filone decoroso che ha avuto nel cinema americano degli anni ’70 uno dei suoi momenti migliori), la raffigurazione dei personaggi e dei caratteri e le interpretazioni degli attori regalano verità all’insieme. Se la Theron è attrice sempre più convincente, si confermano interpreti di enorme talento Frances McDormand che è l’amica che si ammala, Sean Bean che ne disegna il sensibilissimo marito, Sissy Spacek e il caratterista Richard Jenkins nei panni dei genitori, ma anche il redivivo Woody Harrelson – l’amico innamorato di Josie, che la difende come avvocato – tornato dopo anni di assenze in un film importante. Senza dimenticare l’emergente Michelle Monaghan, che rivedremo presto in Mission: Impossibile 3.

Certo, rimane la sensazione di artificio: come è stato giustamente notato, è strano sentire parlare tante persone di umile estrazione come oratori consumati – con tanto di pause – in assemblee sindacali o aule di tribunale. Ma è sempre avvenuto così, nel cinema: se il “gioco” della persuasione (o la celebre “sospensione dell’incredulità”) ha il sopravvento non ci si dà troppo caso. E il film può essere apprezzato come merita.

Antonio Autieri