In uno sperduto villaggio rurale della Cina, la giovane Wei è la supplente del maestro Gao, andato ad assistere la madre sul letto di morte. Il suo contratto è molto particolare: verrà pagata solo se al termine dei giorni di supplenza tutti gli allievi della classe saranno ancora presenti alle lezioni. Ma il giovane Zhang è stufo della scuola e va a lavorare in città, e Wei è costretta ad andare a cercarlo.

Nonostante parli di una maestra e dei suoi allievi, Non uno di meno è ben lontano da quei film nei quali un insegnante ispirato risveglia lo spirito e la mente dei suoi studenti. La realtà di Wei è molto più prosaica, e gliela spiega bene il maestro Gao: può consumare un solo gessetto al giorno, per cui deve stare attenta a non scrivere lettere troppo grosse alla lavagna. Ma basta che copi le frasi e le faccia ripetere ai bambini, tenendo la porta chiusa perché non scappino. Anche perché Wei non è molto più grande dei suoi allievi, né molto più istruita. La cosa importante è che riesca a tenere i bambini in classe.

Il regista Zhang Yimou (Lanterne rosse, La strada verso casa), nonostante l’argomento presti il fianco, si tiene ben lontano dai registri melodrammatici; il suo è un inizio quasi documentaristico, distaccato: una zona povera e rurale, una scuola composta da una sola classe, una giovane maestra chiamata a un compito semplice, per quanto misero. È la fuga di Zhang in città e la conseguente decisione di Wei di andare a cercarlo per riportarlo al paese (e quindi a scuola), che mostra un volto della Cina che (almeno nel 1999, anno di uscita del film) totalmente sconosciuto allo spettatore occidentale. Per procurarsi i soldi del biglietto per l’autobus che la porterà in città, Wei manda tutti i bambini a lavorare in una fabbrica di mattoni, e in città si aggira spaesata , almeno quanto il piccolo fuggitivo. Ma ciò che impressiona lo spettatore è la caparbietà della maestrina, che ai nostri occhi occidentali rasenta l’incoscienza: chi glielo fa fare a Wei di accanirsi a cercare Zhang? Perché a un certo punto non possono essere neanche i soldi della paga. Ci dev’essere qualcos’altro che spinge questa ragazzina a rischiare in mezzo a degli sconosciuti per riprendersi quel bambino. Come se fosse suo, veramente.

Beppe Musicco