Diretto da Rob Reiner, regista che è entrato nella storia della commedia con titoli come “Harry, ti presento Sally” o “Il presidente – Una storia d’amore” ma ha saputo toccare anche altre corde in “Stand by me” o “Misery non deve morire”, “Non è mai troppo tardi” vede per la prima volta in coppia due star come Jack Nicholson e Morgan Freeman. La parte dei due malati terminali che cercano l’ultimo “giro” prima di congedarsi dalla vita suonava già in partenza un po’ ricattatorio. Ma il cinema è fatto anche di commozione, a volte facile: e in questo non c’è, in genere, nulla di male. Però ci vuole perizia, quella che Reiner e il suo duo di ottimi interpreti dispongono in quantità; e che invece in questo film troppo programmatico si vede solo a tratti. Troppe frasi sentenziose e irritanti (fin dall’inizio, quando la voce narrante di Carter/Morgan Freeman così descrive il personaggio di Nicholson: «Edward Cole è morto, vivendo i suoi ultimi giorni più intensamente di quanto la maggior parte delle persone sprema da tutta la sua vita»), troppe scene che lasciano più che perplessi (come Freeman scopra di essere malato; il fatto che il padrone dell’ospedale debba accettare di stare in stanza con un “povero” estraneo solo per non contraddire una sua filosofia aziendale; la fuga di Carter da moglie e figli al seguito di un uomo che tutto sommato non gli è neppure simpatico…). Soprattutto, un Jack Nicholson che definire sopra le righe è un eufemismo: attore gigione e incontrollabile quando deve fare il matto (solo che qui, al contrario che in altri film, non gli si crede mai), è capace di suscitare emozioni solo quando tiene a freno il suo istinto debordante. In questo film capita solo un paio di volte, soprattutto nella parte finale: ma, come si diceva, sono emozioni fatue, al servizio di una storia troppo telefonata per non risultare stucchevole.,Quanto al personaggio di Morgan Freeman, che l’attore di colore controlla maggiormente, suona davvero fastidioso il modo in cui decide di lanciarsi con il nuovo “amico” nella soddisfazione della “Bucket List” (lista del capolinea…) del titolo originale, come lanciarsi da un paracadute, giocare ai piloti di macchine da corsa, vedere le Piramidi e via così. Di fronte all’amata moglie desiderosa di stargli accanto negli ultimi mesi di vita e preoccupata per la spericolata decisione di non curarsi più e di andare in giro per il mondo con Edward/Jack, così motiva la sua scelta: «Ho lavorato tutta la vita per i figli, ora merito un po’ di tempo per me». Una fuga dalla realtà che neppure il tono strampalato della commedia che vorrebbe essere divertente, e invece raramente strappa un sorriso, riesce a non rendere puerile. E quando i due uomini in viaggio per il mondo (e fin troppo arzilli per essere malati all’ultimo stadio) si mettono a discutere di fede e di Dio, le motivazioni del saggio Carter sono così deboli che, per una volta, viene quasi da parteggiare per il suo cinico, improvvisato compagno. Solo nel finale l’amicizia di questa “strana coppia”, di fronte alla morte imminente, trova qualche momento più interessante, dove arriva (ma prevedibile) il tema del cambiamento. Ma, al contrario di quanto dice il titolo del film, è troppo tardi per appassionarci.,Antonio Autieri,