Delicato adattamento cinematografico del suo best seller Ragazzo da parete, “romanzo epistolare” di Stephen Chbosky, che per Noi siamo infinito firma anche la regia e la sceneggiatura. La vicenda è quella tipica da romanzo di formazione: Charlie (il Logan Lerman di Jackson, bravissimo) deve iniziare il liceo. Sono tante le paure per questo ragazzo dallo sguardo malinconico con una bella famiglia alle spalle e un dolore grande difficile da superare. Timido, introverso, psicologicamente instabile, troverà a scuola, in mezzo a tante ostilità e incomprensioni, due amici e un insegnante di lettere umanamente interessante. Bella storia, raccontata con realismo da Chbosky che però eccede un po’ nell’uso ripetuto della voce fuori campo, frutto del taglio epistolare del romanzo di partenza.

A colpire è innanzitutto l’interpretazione struggente di questi tre ragazzi a loro modo perduti e o sul punto di smarrirsi: Lerman è un fenomeno ed è credibile in un ruolo difficile, ma sono ottime spalle anche Emma Watson che si conferma, dopo le buone prove in Harry Potter, attrice bella e di talento e Ezra Miller (già visto nell’inquietante …e ora parliamo di Kevin), alle prese pure lui con un personaggio complicato e sofferente. E all’interpretazione notevole dei tre protagonisti va sommato un altro pregio e cioè un’introspezione forte e verosimile nei personaggi. L’adolescenza è il momento più difficile della vita di ognuno: Chbosky la racconta in molte sfaccettature. Nel desiderio – struggente – che ognuno ha ed esprime secondo sensibilità e caratteri differenti di essere compresi e amati: le compilation di musicassette che questi ragazzi d’altri tempi (il film è ambientato all’inizio degli anni 90) si scambiano non sono tanto un’espressione sentimentale ma sono un dono di sé all’altra nella speranza, attraverso la musica, di trovare le parole giuste per comunicare quello che si prova.

Ma l’adolescenza è anche la consapevolezza dell’essere sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato e la stagione delle difficoltà di rapportarsi con gli adulti: insegnanti e genitori, per quanto bravi e attenti possano essere, fanno parte di un altro mondo lontano e sfuggente, il mondo dei grandi. E l’adolescenza è anche l’età della scoperta dell’amore: e anche in questo lo sguardo di Chbosky non è banale anche quando va a raccontare i diversi orientamenti sessuali dei ragazzi. I suoi personaggi cercano un punto fermo in un contesto in cui sembra dominare la precarietà: su tutto il film aleggia una sensazione di fragilità: per Sam e Patrick, infatti, questo è il loro ultimo anno prima del diploma e le loro strade sono prossime a separarsi. E lo stesso Charlie deve fare i conti con amici che non vedrà più per un lungo lasso di tempo. Eppure – al di là di qualche banalità come la messa in scena, sin troppo programmatica, del Rocky Horror Picture Show e di qualche debolezza nella narrazione, intervallata da tanti flash back un po’ deboli visivamente – si avverte la sensazione di questa ricerca continua di un punto fermo, di un rapporto che non muoia mai in mezzo a tanto dolore e tanta, tanta paura di sbagliare o di far soffrire.

Da questo punto di vista il personaggio di Charlie è il più centrato sia nel rapporto tra alti e bassi con la sua famiglia sia nella sua “casuale” relazione con una ragazza poco più grande di lui che non ama con sincerità e che vorrebbe mollarla ma senza farle male o addolorarla. Come dice bene la splendida Sam, verso il finale: “Non voglio essere la ‘cotta’ di nessuno, io voglio essere amata”. Appunto, un amore totalizzante che abbracci tutto quel complesso di attese e desideri e speranze e paure che è tipico proprio degli adolescenti. Perché – è vero – i ragazzi sono infinito e Charlie, Patrick e Sam lo sanno bene: desiderano tutto, un amore vero e che non muoia, un lavoro bello e utile, un’amicizia calda e sincera. E ricordano a chi è più vecchio di loro quell’età bella e complicata in cui più che a sogni sfuggenti si credeva alla grandezza del proprio cuore.

Simone Fortunato