Ridotto per l’uscita in sala, rispetto alla versione in concorso all'ultima Mostra di Venezia (in televisione verrà trasmessa in due puntate la versione completa), Noi credevamo (tratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti) rievoca in quattro episodi – quasi fossero quadri di una edizione teatrale – un vasto lasso di tempo di storia italiana preunitaria, più precisamente dal 1828 al 1862. Attraverso numerose vicissitudini, viaggi pericolosi, travagli di cuore e di portafoglio, tre giovani campani del Cilento affiliati alla Giovine Italia, Domenico, Angelo e Salvatore (personaggi di fantasia), attraversano eventi storici importanti o meno del nostro Risorgimento. Salvatore sarà ucciso da Angelo che l'ha preso per una spia; quest'ultimo, coinvolto nell'attentato di Felice Orsini contro Napoleone III, è destinato a finire sotto la ghigliottina; Domenico, già spedito nelle carceri borboniche, vedrà l'entusiasmo suscitato dall'Unità d'Italia spegnersi davanti alle guerre fratricide sull'Aspromonte e ai massacri compiuti dall'esercito sabaudo nei paesi di Sicilia e Calabria. Il regista napoletano Mario Martone è certamente più vicino allo stile brechtiano dei film sullo stesso argomento dei fratelli Taviani (Allonsanfan, San Michele aveva un gallo) piuttosto che all’opulenza viscontiana di Senso o Il Gattopardo, e decide di affiancare ai protagonisti solo alcune figure storiche: Mazzini, (che per correttezza avrebbe dovuto esser rappresentato molto più giovane) che viene dipinto come un terrorista ante-litteram; Garibaldi, di cui s'intravede solo in una scena il profilo stagliato controluce, come di una divinità; il già citato bombarolo Orsini e Crispi, rappresentato come perfetto esemplare dell’opportunista voltagabbana (e non si capisce la mancanza di Cavour). Il film è un complesso e articolato (spesso anche didattico) insieme di storie e ricostruzioni, tenute insieme dalla bravura degli interpreti e dalle tesi sposate dal regista, che vede nel Risorgimento la radice dei molti mali italiani (non ultimo, a quanto pare, la speculazione edilizia, visto che una scena si svolge tra i pilastri di cemento armato di una casa abusiva vista mare). A volte giustificabili, a volte un po’ forzate: come non vedere nella la scena in cui, incitati da Cristina di Belgiojoso, i patrioti invocano “libertà per l'arte” dopo le proteste della platea che non approva una commedia che ridicolizza il Re, un legame con le ricorrenti accuse ai tagli statali alla cultura?,Beppe Musicco,